Vito batte Chuck ai punti

La storia è nota: il 24 marzo 1975, al Richfield Coliseum di Richfield, Ohio, un giovanissimo Sylvester Stallone assiste alla difesa della corona mondiale dei massimi da parte di Muhammad Ali, la prima dopo aver riconquistato il titolo ai danni di George Foreman al termine della celeberrima rumble in the jungle di Kinshasa, Zaire, il 30 ottobre 1974.



A sfidare il più grande di tutti i tempi è il misconosciuto Chuck Wepner, pugile trentaseienne bianco di Bayonne, New Jersey, con all’attivo un record di 30 vittorie, 9 sconfitte e 2 pareggi. Nel tempo libero Chuck fa il rappresentante di liquori part time, e siccome ha una certa tendenza a menare le mani, amici e colleghi lo chiamano The Bayonne Brawler, “l’attaccabrighe di Bayonne”. Agli appassionati di boxe, invece, è noto con un soprannome meno lusinghiero, ma altrettanto azzeccato: The Bayonne Bleeder, ossia “l’emofiliaco di Bayonne”, per via del fatto che Chuck ha una certa tendenza a ferirsi al volto e a sanguinare. Tant’è che cinque anni prima dell’incontro con Ali, il 29 giugno 1970, il buon Sonny Liston gli aveva provocato 57 punti sul viso, sconfiggendolo per ko tecnico all’ottava ripresa in quello che Jonathan Eig, autore di Muhammad Ali. La vita, ricorda come uno degli incontri più cruenti nella storia del pugilato.

«L’arbitro era Barney Felix. Prima della nona ripresa, quando si era avvicinato a me, gli avevo chiesto di concedermi un altro round». Felix gli aveva chiesto quante dite gli stava mostrando in quel momento. «Quante possibilità» ho aveva scherzato il pugile. Il suo manager, a quel punto, gli aveva dato tre pacche sulla schiena. «Tre!» aveva gridato Wepner. E così Felix aveva lasciato proseguire il match. «Ma nella nona ho fatto partire un pugno assurdo che ha colpito la spalla dell’arbitro, e a quel punto hanno fermato l’incontro».

A dispetto di questa fama e di tutte le previsioni, quel 30 ottobre 1974 Ali riesce a finire Wepner solo a 19 secondi dal termine della quattordicesima delle quindici riprese in programma, e dopo aver subito l’onta di un ko nel corso del non round (anche se non si è mai capito se a causa di un vero colpo di Wepner o, piuttosto, di uno scivolone di Ali).



Al pari di tutti gli spettatori presenti all’incontro e davanti alla tv, anche Sylvester Stallone rimane impressionato dalla stoica resistenza del pugile bianco, tanto che decide di ispirarsi proprio a lui e a quell’incontro per scrivere la sceneggiatura di un film, Rocky, che tre anni più tardi gli sarebbe valso il premio Oscar.



Da quel momento, Chuck Wepner è diventato il “vero Rocky Balboa” e la sua vita è stata raccontata più volte, da ultima in un film, The Bleeder, presentato nel 2016 alla 73ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, per la regia Philippe Falardeau, con Liev Schreiber nella parte di Chuck e Naomi Watts in quella di sua moglie Linda.



Sangue, stoicismo, cinema.
Pochi giorni fa mi è capitato di riconoscere i tre elementi cardine di questa storia di boxe in un’altra figura straordinaria del pugilato degli anni Settanta e Ottanta: l’italoamericano Vito Antuofermo, nato il 9 febbraio 1953 a Paolo del Colle, a pochi chilometri da Bitonto, provincia di Bari, ma trasferitosi a sedici anni negli Stati Uniti.



Vito trascorre l’adolescenza nella periferia di New York, dove lavora come scaricatore di porto e impara presto a fare a pugni. Tanto che nel 1970 vince i Golden Gloves, la principale competizione dilettantistica americana, nella categoria dei pesi welter dopo aver messo ko 6 avversari, e nove anni più tardi, il 30 giugno 1979, si laurea addirittura campione del mondo Wbc e Wba, sconfiggendo ai punti sul ring di Montecarlo l’argentino Hugo Corro.

Il punto più alto della carriera di Vito, però, non coincide con una vittoria, bensì con un pareggio: quello ottenuto il 13 giugno 1981 al Caesars Palace di Las Vegas, Nevada, contro uno dei più grandi pugili di tutti i tempi, Marvin “The Marvelous” Hagler, al termine di una vera e propria battaglia che ricorda molto da vicino non solo l’incontro tra Wepner e Ali, ma anche il primo atto della contesa tra Rocky Balboa e Apollo Creed.

Hagler è bello ed elegante come Apollo: è il peso medio per antonomasia, veloce, potente, dotato di un allungo che gli consente di ridicolizzare gli avversari e di una tecnica talmente sopraffina da valergli il soprannome di Meraviglioso. Vito è brutto e sgraziato come Balboa, e non fa nulla per nasconderlo: sale sul ring accolto dai fischi del pubblico, con un’espressione corrucciata sul volto segnato dalle arcate sopraccigliari sporgenti e da due mustacci folti da pastore della Murgia, un asciugamano bianco intorno al collo che lo rende ancora più tozzo e un paio di calzoncini con la scritta FERNET BRANCA in bella vista che gridano vendetta al cospetto dell’eleganza dell’avversario.



Vito è dato 5 a 1. Non capita spesso di assistere a un match in cui al detentore della corona vengono date così poche possibilità di vittoria, ma l’andamento dei primi round sembra giustificare lo scetticismo degli scommettitori verso le possibilità del pugile italoamericano. Quella di Hagler, infatti, è una lezione di pugilato — dura e inesorabile — al cospetto della quale Antuofermo riesce a resistere solo grazie alle sue incredibili doti di incassatore; un monologo che il pugile italoamericano interrompe solo a sprazzi, caricando come un toro a testa bassa, incurante del profondo taglio all’arcata sopraccigliare sinistra che si è aperto dal terzo round.



Sì, perché oltre a essere due outsider bianchi mandati allo sbaraglio contro lo strapotere nero della boxe, un’altra cosa che accomuna Antuofermo a Chuck Wepner è proprio quella certa predisposizione alla ferita che i due pugili, a fine carriera, rivendicheranno con orgoglio, tanto da contendersi il record assoluto di punti al viso (un recente conteggio attribuisce il primato al pugile italoamericano: 359 punti contro i 329 di Chuck).

La superiorità dimostrata da Hagler nelle prime dieci riprese è talmente manifesta che un dubbio comincia a serpeggiare tra il pubblico che assiste al match: perché non lo mette giù? Perché sta trascinando l’incontro fino alle ultime riprese? Perché il Meraviglioso si sta prendendo questo rischio? Non c’è appassionato di boxe al mondo, infatti, che ignori quanto sia pericoloso non porre fine a un match che si sta dominando, dal momento che la storia del pugilato è piena di incontri il cui esito è stato ribaltato proprio nelle ultime riprese.
E infatti, dall’undicesima le cose cambiano: Vito sa di non aver portato a casa nemmeno un round e decide di gettare il cuore oltre l’ostacolo, avventandosi sul rivale con la furia del picchiatore da strada e trasformando il match in quella rissa che Hagler aveva accuratamente evitato fino a quel momento, tenendo a distanza il pugile pugliese con il suo jab potente e preciso. Ora che però anche il Meraviglioso comincia a sentire la durezza dell’incontro, le distanze tra i due pugili si accorciano e Vito riesce finalmente a entrare nella guardia di Hagler e ad aggiudicarsi tutte e quattro le ultime riprese.

Il verdetto finale dei giudici sarà tra i più discussi della storia recente del pugilato: il giudice Dolby Shirley assegna la vittoria a Hagler (142-144), il giudice Duane Ford ad Antuofermo (145-141), mentre il giudice Hal Miller opta per il pareggio (143-143). E di parità, quindi, è anche il verdetto finale.



È l’ultima volta che Antuofermo scende dal ring con la cintura di campione del mondo legata ai fianchi. Nella difesa successiva, infatti, cederà la corona ad Alan Minter, al termine di un altro incontro combattuto fino all’ultima ripresa e in seguito a un altro verdetto molto contestato. E quando, il 13 giugno 1981, gli sarà data l’opportunità di riconquistare il titolo proprio contro Marvin Hagler — che nel frattempo aveva spodestato dal trono Minter — questa volta Vito resisterà al Meraviglioso solo cinque round.

Dopo il ritiro, Vito gestisce un ristorante-pizzeria nel Queens, insieme al fratello, ma le cose non vanno per il verso giusto e i due Antuofermo sono costretti a vendere già al termine del secondo anno di attività. Vito trova lavoro prima come addetto alla distribuzione per la Coca-Cola, poi come operaio portuale, qualifica che manterrà fino alla pensione. Nel frattempo però, anche nella sua vita, come in quella di Chuck Wepner, aveva fatto capolino il cinema.

“Un giorno” racconta Vito “mi chiamarono degli italiani per chiedermi se volevo andare a fare un provino, ma non mi spiegarono di cosa si trattasse; io pensavo fosse qualche manager che voleva che tornassi a combattere”.
In realtà, il provino che Vito deve sostenere è per una parte nel Padrino III, l’ultimo episodio della trilogia di Francis Ford Coppola dedicata alla famiglia Corleone. Circa due mesi dopo, alla vigilia di Natale, Vito riceve una telefonata in cui lo avvertono che gli era stata assegnata la parte di Anthony “la formica” Squigliaro, la guardia del corpo di Joey Zasa, famoso per bagnare le pallottole nel cianuro.



Vito accetta e ritorna in Italia, perché tutti gli interni vengono girati a Cinecittà.
A Roma rimane tre mesi, nel corso dei quali stringe amicizia, tra gli altri, con Al Pacino, con cui lega particolarmente perché Al è amico di James Caan, il Santino Corleone del primo episodio della saga, che all’epoca, essendo un appassionato di boxe, si allenava nella stessa palestra di Vito. E Caan aveva spesso parlato a Pacino di quel pugile emigrato negli States dalla provincia di Bari, che aveva resistito 15 riprese contro il Meraviglioso.

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