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Versutta Versuta Virula

Nell’ottobre del 1944 Pier Paolo Pasolini e la madre Susanna Colussi si spostarono da Casarsa della Delizia, il piccolo centro della pianura friulana dove si erano trasferiti da Bologna alla fine del 1942, alla minuscola e poco lontana Versuta, «il borgo di dieci case», ospiti della famiglia di Ernesta Bazzana e, in seguito, dei Cicuto.
Per raggiungere Versuta da casa mia ci vogliono una mezz’oretta di macchina o, ancora meglio, un paio d’ore di tranquilla pedalata attraverso i magredi, il borgo medievale di Valvasone (della cui scuola media Pasolini divenne docente di lettere nel 1947) e i vigneti che costeggiano il corso del Tagliamento.
Superati il cuore di Casarsa, dove è d’obbligo una sosta al Centro studi PPP ricavato nella casa dove il poeta alloggiava con la mamma, e la frazione di San Giovanni, dove è altrettanto doveroso visitare la loggia accanto al duomo dove Pasolini appendeva i suoi manifesti murali, si percorre una strada in mezzo ai campi che conduce alla chiesa di Sant’Antonio Abate, nell’unica piazzetta di Versuta.

Nel corso degli ultimi anni ho visitato questo luogo diverse volte, senza però mai trovare aperto l’uscio della piccola chiesa campestre che risale al X-XI secolo. Cosa che è invece accaduta lo scorso 5 gennaio, per merito di una mostra di presepi allestita tra le sue pareti e sorvegliata da un gentile signore con un cerotto sulla fronte.



Intuivo che gli interni avrebbero in qualche modo eguagliato la bellezza della pianta e della facciata, che raffigura sant’Antonio con l’immancabile maialino ai piedi, a simboleggiare la vittoria del divino (il santo) sul diavolo tentatore (il maiale). Eppure mai avrei immaginato la grazia

dei pregevolissimi affreschi degli Evangelisti che fioriscono nell’abside, rivelando l’intervento di una bottega d’arte di rilievo, memore della scuola di Masolino da Panicale. E ancora, sulla parete meridionale, si stagliano le figure affrescate di un Daniele Profeta, di un “trittico” con sante (si riconosce Santa Caterina), di una teoria di vergini del ciclo di Sant’Orsola e di un’Ascensione (o di un Cristo in gloria tra Santi), che rinviano a più mani di una stessa scuola della metà del Trecento, forse locale, ma influenzata e aggiornata dai modi post-giotteschi di Vitale da Bologna o di Tommaso da Modena.

 


È così che Angela Felice ha descritto le pareti affrescate della glesiuta nel suo L’utopia di Pasolini, uno dei primi libri a cui ho lavorato dopo il mio ritorno in Friuli.
Pochi mesi dopo la pubblicazione di questa bellissima raccolta di saggi sul Pasolini friulano scritti da colei che, all’epoca, era la direttrice del Centro studi PPP, Angela è improvvisamente scomparsa a causa di una malattia tanto breve quanto letale. Non l’ho mai conosciuta di persona, ma solo al telefono, nel corso di lunghe chiacchierate a distanza durante le quali parlavamo del libro e ci confrontavano sui contenuti. Ricordo una voce gentile ed entusiasta. Una di quelle voci che non ti stancheresti mai di ascoltare.



Uscito dalla chiesetta mi sono seduto qualche minuto sulla piccola fontana a due bocche che sorge davanti all’edificio, con incise le parole «Gioventù» (sul lato superiore) e «La meglio» e «La nuova» (ai lati). E mi sono messo a pensare ad Angela e a tutto quello che ho imparato su Pasolini leggendo i suoi saggi, rammaricandomi di non avere il libro con me, lì e in quel momento.
Poi mi sono avviato verso il poco lontano ciasèl, il casello, un altro dei luoghi mitici dell’itinerario pasoliniano in Friuli: un piccolo rudere in mezzo ai vigneti, sormontato da un alto pino, che Pasolini, con l’arrivo della bella stagione, utilizzava come aula per le sue lezioni di poesia ai giovani del posto.

Era molto piccolo e ci si stava appena; ma spesso uscivamo sul prato e ci sedevamo sotto i due enormi pini appena sfiorati dal vento.


Oggi dei due pini ne è sopravvissuto solo uno e di quel piccolo ricovero di attrezzi non rimane quasi più nulla, e quel poco è stato completamente ricoperto dall’edera. Però passarci qualche minuto fa sempre un certo effetto, soprattutto perché da lì, nelle giornate terse e soleggiate come quel 5 gennaio, si può percorrere con lo sguardo l’intero arco delle montagne che si stagliano all’orizzonte e che dai morbidi profili del Cansiglio veneto, a ovest, conduce fino alle severe e innevate cime delle Alpi carniche, a est.
E la campagna friulana non può essere più bella di così.

È una pianura difficile a capirsi: è di una bellezza così pura da farsi quasi astratta, intellettuale. I teneri boschi cedui lungo le rogge, filamentosi e rossi come il rubino, in inverno, caldi e sontuosi, d’estate, zeppi d’uccelli e quieti come piccoli santuari. Le file purissime di gelsi che rimpiccioliscono verso i pianelli opposti, verso altre rogge, penetrando con lucida prospettiva dentro la pianura pedemontana, sempre spalancata contro un cielo nettissimo: eppure con l’orizzonte perennemente rappreso in un vapore azzurrino, che ingruma, sia contro la montagna che contro il vuoto della Bassa, boschetti rugginosi, casolari dai muri di sassi neri e inazzurrati dal solfato, riquadri di pareti gialle di fienili, strade di terra battuta bianca, in dolce curva, come in una tela di Corot.

P.P. Pasolini, Il Friuli, in Saggi sulla letteratura e sull’arte, a cura di W. Siti e S. De Laude, vol. I, Meridiani Mondadori, Milano 1999.


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