Primo novembre 1980 — Jeopardy

There’s a logic in a lonely life
Away from all I’ve known
If no one sees things your way
You can still see them alone
But prove me wrong
I’m waiting, I want you to


Oggi, ma quarant’anni fa, usciva Jeopardy, primo album in studio dei londinesi The Sound.



Un mese più tardi, Steve Sutherland recensiva l’esordio così sulle pagine di Melody Maker:

Jeopardy è uno di quei dischi che mi fa venire voglia di buttare tutto giù dalle finestre aperte, darci dentro a tutto volume e saltare fuori dal mondo. Cancella dalla testa la noia, strappa via l’oscurità e ripristina da sola la mia fede nel potere del pop di fare fermare la gente a pensare e a porsi domande. È un disco che scalfisce lo status quo. È un disco su un milione.

Il resto della recensione — insieme a molti altri aneddoti e testimonianze sulla storia del gruppo, arricchiti da un vasto corredo di foto e materiale iconografico — è possibile leggerlo nel volume di Giuseppe Basile e Marcello Nitti Adrian Borland & The Sound. Meaning of a Distant Victory, un vero e proprio atto d’amore nei confronti di una delle più talentuose e sottovalutate band della storia del rock, e del suo leader, Adrian Borland — «un Nick Drake del punk-new wave, un’anima complessa, povera e ricca, limpida e torbida, chiara e misteriosa» — morto suicida il 26 aprile 1999.



Jeopardy esce per la piccola etichetta Korova Records, di proprietà della Wea, con 11 brani.


  1. I Can’t Escape Myself
  2. Heartland
  3. Hour Of Need
  4. Words Fail Me
  5. Missiles
  6. Heyday
  7. Jeopardy
  8. Night Versus Day
  9. Resistance
  10. Unwritten Law
  11. Desire

Dopo aver ricordato che pochi mesi prima erano stati pubblicati album del calibro di Closer (Joy Division), Seventeen Seconds (Cure), Remain in the Light (Talking Heads) e III (Peter Gabriel), Basile e Nitti descrivono così l’impatto di Jeopardy sulla scena musicale del 1980:

Jeopardy non assomiglia ad alcun altro dei grandi dischi dell’epoca: vi si coglie il superamento del punk e un’elaborazione di temi più grandi e profondi. Solo le ritmiche e l’impeto punk rievocano quel genere, ma per il resto il disco prende il largo, è una commistione di altre atmosfere sonore — a volte sinistre, a volte misteriose, altre volte chiare e nette — a caratterizzare ormai tutto il lavoro. In questo momento i Sound assomigliano solo a sé stessi.

Ed elevano Unwritten Law, decima e penultima traccia del disco, a manifestazione più alta di un album «inesauribile, come la vita, in tutte le sue sfaccettature».



Un brano intriso di fede, la fede di Borland, quella tutta sua, che si fonda su una legge non scritta. C’è qualcosa di universale in questa solitudine mistica espressa nel testo. Questo senso di opposizione a una vita dura che non fa sconti si aggrappa a una cocciuta ricerca di una fede così debole che ha bisogno di essere pugnalata per essere tenuta in vita. Ma anche se c’è la consapevolezza che nulla può cambiare e non c’è scampo, l’immenso autore avverte l’esistenza di una legge non scritta a cui votarsi. È come se Adrian dicesse che se da una parte non è capace di credere in alcun cambiamento, dall’altra vuole ostinarsi a credere che qualcos’altro a cui aggrapparsi, in fondo, da qualche parte ci sia.

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