partenone_acropoli2-1024x779.jpg

L’ouzo del professor T.

Esce oggi in libreria Il naufragio del Mentor (Luiss University Press), il mirabolante viaggio nel tempo compiuto da Marta Boneschi per ricostruire una delle più incredibili razzie (o, a seconda dei punti di vista, opere di salvataggio) compiute dall’imperialismo britannico: la spoliazione dei marmi del Partenone, smontati pezzo per pezzo come mattoncini Lego, caricati su navi e portantini di fortuna e trasferiti in Inghilterra nel corso di rocamboleschi andirivieni attraverso il mar Egeo e la terraferma d’Europa.


Luiss University Press, 2021

Mentre lavoravo al libro, nei momenti in cui riemergevo dai suoi intrighi, luoghi e personaggi, mi è capitato spesso di pensare a quanto mi sarebbe piaciuto averlo letto nella primavera del 1994 quando — in un giorno della stessa settimana in cui Kurt Cobain si toglieva la vita — io mi trovavo a passeggiare con i miei compagni di classe del liceo proprio tra i tesori dell’Acropoli, tappa fondamentale della canonica gita in Grecia del quinto anno del classico, ma senza prestare troppa attenzione né alle spiegazioni del professor T., né a quelle “poche pietre che non hanno alcun valore”, come le definì Lord Elgin.


La mia classe a passeggio sull’Acropoli

Le Cariatidi dell’Eretteo

Lea in posa tra le colonne doriche

E non perché fossi uno studente distratto o per quel magico senso di libertà e anarchia che accompagna ogni gita scolastica. Bensì a causa dei postumi (resi ancora più feroci dal sole di quel giorno) della nostra prima cena in terra greca, la sera precedente, in quell’albergo di Atene di cui non ricordo quasi più nulla, nel corso della quale proprio tu, professor T., avevi introdotto i tuoi studenti alle meraviglie di quel secco distillato di anice e mosto d’uva chiamato ouzo.
E lo avevi fatto con tale impeto e dedizione che qualche ora dopo, quando io e Gigi siamo sgattaloiati fuori dalla nostra camera dopo la buonanotte generale, ti abbiamo sorpreso ancora seduto nella hall, da solo, con la bottiglia di uozo mezza vuota appoggiata al tavolino e accanto, come ci avevi insegnato, una caraffa d’acqua di rubinetto con cui allungarlo fino a renderlo lattescente; intento, per qualche misterioso motivo, a lucidare la suola di una delle scarpe che indossavi quella sera, professor T., e che in quel momento reggevi in mano, mentre l’altra la calzavi ancora al piede.



p style=”text-align: left;”>Quando qualche anno fa ho letto sul quotidiano locale che te n’eri andato, ti ho ricordato così, con un affetto e una riconoscenza che forse non ti ho mai dimostrato in tutte quelle ore che hai dedicato a trasmettermi quel po’ di istruzione che ancora mi porto dietro. E ho brindato alla tua memoria con un bicchierino di ouzo di Plomari, dall’isola di Lesbo, dopo averlo reso bianco-latte, come mi hai insegnato tu.


Il professor T. vaga pensieroso tra poche pietre che non hanno alcun valore

Condividi la tua opinione