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Io non posso salvarti, Philip

A pagina 901, mi sono reso conto di aver iniziato la biografia di Philip Roth esattamente un anno fa.
E ora che, arrivato quasi alla fine, tutti i cerchi si stanno per chiudere, vorrei dimenticare ciò che ho letto fin qui e ricominciare da capo.


Lucy Warner, 1963

«Io non posso salvarti, Philip» gli aveva detto Lucy Warner dopo il loro ultimo appuntamento nella turbolenta estate del 1962, quando Roth aveva cercato, senza riuscirci, di lasciare la sua prima moglie. «Ho solo ventidue anni».
[…]
Nel 2012 fu scioccata quando il biografo di Roth la contattò, avendo dato per scontato che lui l’avesse dimenticata da tempo. «Per gran parte dei cinquant’anni intercorsi» gli scrisse in seguito «sono stata ossessionata dal modo improvviso e spaventato in cui ti ho detto addio. Ti ricordo con enorme tenerezza».
Roth ricambiava quel sentimento, e immediatamente la rassicurò sul fatto che aveva fatto benissimo, a Iowa City, e poi di nuovo in Connecticut, a lasciare il giovane disperato e confuso che l’aveva supplicata a scappare con lui. «Ti prometto che non ti chiederò di nuovo di scappare con me» concluse nel 2012. «A dirla tutta non ci riuscirei neanche, non potendo più correre. Però posso camminare fino all’angolo, e lo farò per te, se tu ci stai».


Blake Bailey, Philip Roth. La biografia, trad. it. di Norman Gobetti, Einaudi, pp. 900-901

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