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I mille errori di New York


«Gli scrittori sono tutti così: più dipendono da te, più ti odiano.»


Per la settimana newyorchese ho scelto un libro che ho letto la prima volta una ventina d’anni fa.
Un piccolo romanzo che ho amato come pochi altri, che come pochi altri mi ha fatto ridere e immalinconire, ma di cui nello specifico ricordavo solo pochi lampi: la ragazza calva e i soldatini boliviani dell’incipit; la Madre Comatosa e il suo Bambino; il furetto con cui il protagonista e l’amico Tad Allagash tentano di vendicarsi della terrificante Clara Tillinghast; la scazzottata tra fratelli e il commovente ricordo della giacca da hockey indossata dalla loro mamma. E, sopra a tutto, la magnifica seconda persona singolare scelta dal narratore per raccontare le peripezie del suo giovane antieroe nella New York di metà anni Ottanta, abbandonato dalla moglie modella e precipitato nel buco nero di Manhattan a cavallo di «una coda di cometa di polvere bianca».
Niente, invece, rammentavo del lavoro del protagonista, ed è molto strano perché è l’unica cosa che, seppur vagamente, accomuna la sua vita alla mia. Nelle Mille luci di New York Jay McInerney racconta le disavventure tragicomiche di un redattore impiegato nel Reparto Verifica dei Fatti di una nota rivista letteraria; ufficio da cui dipende la celebrata e inscalfibile autorevolezza della testata, garantita dall’eroico e oscuro lavoro di una schiera di editor-correttori che eliminano falsità, cassano inesattezze e avallano fatti senza mai apparire sotto i riflettori, condannati a dannarsi nell’ombra delle quinte, ben cosci che ogni loro intervento risolutivo sarà dato per scontato e che, al pari, ogni più piccola mancanza varrà, nel migliore dei casi, una lavata di capo. Nel peggiore, l’onta del licenziamento.
E di errori nell’ultimo articolo assegnato al protagonista — un pezzo sulla Francia scritto da un autore sciatto e approssimativo — ce ne sono talmente tanti da farlo soccombere, e così di schianto da essere ignominiosamente cacciato dalla redazione a metà del racconto. Perché anche il più rigoroso, infallibile e stoico spulciatore di inesattezze prima o poi si arrende.
Tanto più, ed eccoci arrivati al punto, se le condizioni di partenza del testo a cui deve lavorare sono miserevoli come sempre più tocca constatare negli ultimi tempi. Sia quando ci si trova a editare/correggere testi di autori italiani, sia quando si è alle prese con la revisione di una traduzione, la domanda, ultimamente, è sempre la stessa: perché? perché la qualità dei testi di partenza è sempre più scadente, e inversamente proporzionale alla quantità, alla facilità d’uso e all’efficienza degli strumenti che tutti noi, oggi, abbiamo (avremmo?) a disposizione per consegnare testi precisi e corretti?
Perché più progrediamo nella dotazione di mezzi, più arretriamo nella qualità di quello che facciamo?


Mrs Bender, la responsabile di grammatica e sintassi, sta ancora lavorando. Le auguri la buonanotte. Lei ti chiede dell’articolo francese e tu le dici che hai finito di sistemarlo.
«Che casino» dice lei. «Sembra tradotto letteralmente dal cinese. Questi stronzi di scrittori pretendono che facciamo noi tutto il lavoro.»
Tu annuisci e sorridi. La sua lamentela è una ventata di aria fresca, è uno scroscio di pioggia alla fine di una giornata afosa. Indugi nel vano della porta mentre lei scuote la testa e fa schioccare la lingua.
«Vai a casa presto?» dici tu.
«Mai abbastanza presto.»
«Vuoi che vada giù a prenderti qualcosa da mangiare?»
Lei scuote la testa. «Non voglio aver l’impressione di “vivere” in questo posto.»
«Ci vediamo domani.»
Lei fa di sì con la testa e torna alle sue bozze.
Tu vai all’ascensore e premi il bottone di Discesa.


[Jay McInerney, Le mille luci di New York, trad. it. di Marisa Caramella, Bompiani, Milano 1986, p. 34]


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