4 novembre 1980 — Gott mit Ludwig

Oggi, ma quarant’anni fa, la misteriosa firma Ludwig rivendicava una sequenza di omicidi commessi tra il 1977 e il 1979, i primi di una lunga scia di sangue che si sarebbe protratta fino al 1984. Per la sua durata nel tempo, l’impatto che ebbe sulla società italiana e l’esito delle indagini che lo riguardarono, il caso Ludwig è considerato tra i più traumatici della storia criminale del paese.


Marco Furlan e Wolfgang Abel

NEL SEGNO DELLA TRINITÀ
Nell’arco di tre anni, tre delitti in tre diverse città del Veneto — che in quel frangente storico occupa il penultimo posto nella classifica delle regioni italiane con il maggior numero di assassini — prendono di mira soggetti che vivono ai margini della società: senzatetto, omosessuali, tossicodipendenti.
Tutto comincia intorno alle quattro del mattino del 25 agosto 1977, a Verona, quando due individui lanciano quattro molotov all’indirizzo di una Fiat 126 parcheggiata in una via del quartiere residenziale Borgo Milano, dentro la quale sta dormendo il senzatetto Guerrino Spinelli. L’uomo, dopo essere riuscito a scendere dall’auto avvolto dalle fiamme, viene soccorso da alcuni passanti e ricoverato nel vicino ospedale, dove morirà dopo una settimana di agonia.
Sedici mesi più tardi, verso la mezzanotte del 19 dicembre 1978, in via Ludovico Ariosto nel quartiere Stanga di Padova una guardia giurata nota due giovani uscire in tutta fretta dalle portiere posteriori di un’Alfa Romeo Giulia 1300 di colore rosso, targata PN21089, e allontanarsi in maniera sospetta, come in fuga da qualcosa o qualcuno. Indossano entrambi una giacca a vento blu, sono alti intorno al metro e settanta, e uno dei due ha i capelli castano chiari, tendenti al biondo. Quando la guardia giurata si avvicina all’auto scorge il cadavere di un uomo adagiato al posto di guida sul fianco sinistro, con due coltelli da cucina conficcati nella schiena, uno alla base del collo e l’altro all’altezza delle scapole. Si tratta del corpo di Luciano Stefanato, quarantaquattro anni, originario di Meduna di Livenza, di professione cameriere in un ristorante di Padova, dove viveva. Le successive indagini sulla vita privata della vittima fanno emergere la sua omosessualità e, come automatica deduzione investigativa, l’ipotesi che l’omicidio possa essere maturato nell’ambiente della comunità gay padovana.
Quasi un anno dopo, il 12 dicembre 1979, decimo anniversario della strage di Piazza Fontana, il tossicodipendente ventiduenne Claudio Costa viene ucciso a coltellate a Venezia, in Corte Canal, a pochi passi dalla stazione di Santa Lucia. All’omicidio assiste una testimone che, intorno a mezzanotte e mezza, è richiamata alla finestra del suo appartamento in via Santa Croce 654 dalle grida di un giovane in fuga da due individui che lo stanno inseguendo e che, dopo averlo raggiunto, lo colpiscono con diversi fendenti di pugnale, per poi dileguarsi nel buio. Interrogata dalle forze dell’ordine, la donna parla di due giovani tra i venti e i ventidue anni, di corporatura magra e alti intorno al metro e settanta, uno biondo, l’altro con un berretto in testa.

I tre delitti rimangono senza firma fino al 4 novembre 1980, quando alla redazione di Mestre del quotidiano Il Gazzettino viene recapitata una busta spedita da Bologna e contenente un volantino scritto a mano, in caratteri che scimmiottano l’alfabeto runico, sormontati da un’aquila appollaiata su una svastica sopra le cui ali si legge la scritta LUDWIG.
Nel testo, quello che sembra essere un gruppo nazistoide rivendica i delitti di Verona, Padova e Vicenza, e a riprova dell’autenticità di quanto scritto riporta particolari dei crimini mai divulgati alla stampa e noti solo agli inquirenti.
Tre delitti di apparente matrice neonazista, quindi, che hanno colpito altrettante figure “impure”, elementi da eliminare nel quadro di quel progetto di sterilizzazione del mondo tanto caro all’estrema destra, a cui la misteriosa sigla Ludwing sempre appartenere. I mesi successivi dimostreranno che quel progetto è solo alle prime tappe.

Qualche mese dopo, alla stessa redazione giunge un altro volantino, in tutto e per tutto simile a quello precedente, teso a rivendicare un altro delitto, compiuto a Vicenza la sera del 20 dicembre 1980: l’uccisione a colpi di ascia e martello della prostituta cinquantaduenne Alice Maria Baretta, originaria di Como, che quella sera, come tutte le sere, stava lavorando in viale Venezia.
Passano altri cinque mesi e il 25 maggio 1981, a Verona, viene data alle fiamme la torretta di Porta San Giorgio, una piccola struttura abbandonata appartenente alle vecchie fortificazioni austriache e divenuta ricovero per sbandati, tossicodipendenti e senza fissa dimora: nel rogo muore il diciassettenne Luca Martinotti, che lì stava trascorrendo la notte con due amici, Fabrizio Ancora e Aurelio Angeli, quest’ultimo rimasto gravemente ustionato.



Anche quest’ultima azione viene rivendicata da Ludwig, fatto che spinge gli inquirenti a delineare un quadro investigativo sempre più chiaro: nel pio e operoso Veneto bianco, i cui fedeli cittadini paiono dedicarsi solo al culto religioso (in chiesa) e a quello imprenditoriale (nel capannone), scorrazza una banda di pazzi nazistoidi che si è messa in testa di fare piazza pulita degli emarginati per riportare nelle strade ordine e pulizia.
Eppure, proprio quando i contorni del caso sembrano delinearsi con sempre maggior nitore, ecco che Ludwig rimescola le carte in tavola e cambia strategia: i prossimi obiettivi non appartengo più alla categoria dei subumani che lordano la comunità delle persone perbene, ma a quella altrettanto empia di chi, pur avendo scelto di vivere secondo i dettami della religione cristiana, in realtà ne tradisce lo spirito e la missione. A morire sotto i colpi di Ludwig, d’ora in poi, saranno i traditori del Verbo, della parola di Dio.
Non più chi inquina la società, ma chi inquina la morale.

GOTT MIT UNS
Il 20 luglio 1982 Ludwig colpisce padre Gabriele Pigato e padre Giuseppe Lovato, entrambi frati settantenni del Santuario della Madonna di Monte Berico a Vicenza, aggrediti mentre stanno passeggiando lungo una strada che costeggia le mura della casa generalizia. I due religiosi vengono bersagliati a colpi di martello da due giovani: padre Giuseppe muore sul colpo, mentre padre Gabriele viene ricoverato in gravi condizioni all’ospedale San Bortolo, dove spira poche ore dopo.
Il 26 febbraio 1983, a Trento, a venire ucciso è il sacerdote Armando Bison, il cui cadavere è stato martoriato da un punteruolo sormontato da un crocifisso piantato nel cranio. È il primo delitto a firma Ludwig compiuto fuori dai confini del Veneto, tanto che nello scarno messaggio di rivendicazione pervenuto all’Ansa di Milano due giorni dopo si legge: «Il potere di Ludwig non ha limiti». Nel delirante progetto purificatore, i tre religiosi sono accomunati dalla colpa di aver abiurato il messaggio originale del Vangelo. «Il fine della nostra vita è la morte di coloro che tradiscono il vero Dio».

Nonostante le numerose e attendibili testimonianze, le rivendicazioni scritte (considerate autentiche) e le armi utilizzate per i delitti ritrovate nei luoghi in cui sono stati commessi, dopo quattro anni e sei vittime le indagini sul caso Ludwig sono ferme al palo, con conseguente nervosismo degli inquirenti, che sentono sulle proprie spalle la pressione dell’opinione pubblica e degli organi di stampa. E la pressione, si sa, spesso è foriera di errori.
Il 29 marzo 1983 viene arrestato Silvano Romano, docente di Fisica dell’università di Pavia che la stampa definisce «sommerso di indizi». Nei giorni dell’omicidio Bison, Romano si trovava a Trento per tenere uno dei suoi corsi e qualche settimana dopo aveva avuto la brutta idea di telefonare al rabbino di Padova per avvertirlo che Ludwig, secondo le sue previsioni, di lì a poco avrebbe cominciato a prendere di mira la comunità ebraica. Quanto basta per farlo finire in manette.
In realtà, col passare delle ore gli indizi da cui Romano sarebbe sommerso si rivelano piuttosto fragili, tanto che l’uomo viene scarcerato una settimana dopo il suo fermo. Ne segue una gran brutta figura per gli inquirenti, ancora ignari del fatto che di lì in avanti le cose per loro si sarebbe fatte ancora più complicate. Perché quando Ludwig torna in azione, sembra aver attuato un altro cambio di strategia, passando dai delitti “individuali” a quelli “di massa”.

Il 14 maggio 1983 al cinema a luci rosse Eros di Milano è in programma la pellicola Lyla, profumo di femmina, con l’attrice Georgina Spelvin. Alla proiezione del film stanno assistendo una trentina di spettatori quando, verso la fine del primo tempo, dalla porta principale di accesso alla sala si propaga un incendio provocato dalla combustione di quindici litri di benzina super versati sul pavimento del locale. Sei persone (tra cui il medico Livio Ceresoli, quarantasei anni, entrato in sala per prestare soccorso) non avranno scampo, mentre altre trentadue rimarranno ustionate. «Rivendichiamo il rogo dei cazzi» si legge nel volantino di rivendicazione dell’attentato giunto all’Ansa di Milano il 20 maggio. «Una squadra della morte ha giustiziato uomini senza onore irrispettosi della legge di Ludwig».
Il 17 dicembre dello stesso anno, per la prima volta Ludwig colpisce al di fuori del territorio italiano, incendiando il sexy club Casa rossa di Amsterdam e causando altre tredici vittime. E nella notte tra il 7 e l’8 gennaio 1984 a prendere fuoco è la discoteca Liverpool di Monaco di Baviera, evento in seguito al quale perde la vita una cameriera di origine italiana, Corinne Tartarotti. Ludwig si attribuisce la paternità anche di quest’ultimo attentato con un volantino inviato dieci giorni dopo sempre all’Ansa di Milano: «Rivendichiamo lo spettacolo pirotecnico di Monaco. Al Liverpool non si scopa più! Ferro e fuoco sono la punizione nazista».
Prima gli ultimi della società. Poi i traditori della parola di Cristo. E ora, sembra, gli immorali.
Ludwig vuole mondare la società, e per farlo non esita a ricorrere allo sterminio di massa tramite il ricorso al fuoco purificatore. Lo stesso fuoco che metterà fine al suo delirio criminale.

NON SI LINCIANO I PIERROT
Breve retroscena.
Due settimane prima dell’attentato a padre Bison, un altro fatto di cronaca, per nulla collegato ai crimini commessi da Ludwig, aveva scosso l’opinione pubblica italiana. Il 13 febbraio 1983, un grave incendio di natura accidentale divampato all’interno del cinema Statuto di Torino aveva provocato 64 vittime e in seguito a quel tragico evento, a tutti i locali pubblici era stata imposta l’adozione di nuove misure e nuovi standard di sicurezza, tra cui l’utilizzo di materiali di rivestimento ignifughi.
Al provvedimento si era adeguata anche la discoteca Melamara di Castiglione delle Stiviere, in provincia di Mantova, molto rinomata in zona e abitualmente frequentata da migliaia di giovani. Proprio come il pomeriggio del 4 marzo 1984, domenica di carnevale, quando nel corso di una festa in maschera che ha radunato nel locale circa 1500 avventori, due individui mascherati da Pierrot tentano di appiccare il fuoco alla sala. Senza riuscirci.
Tra coloro che in seguito hanno raccontato quegli attimi di terrore c’è stato anche Rudy Franceschi, storico dj del Melamara, scomparso nel luglio del 2016 per un malore improvviso mentre si trovava in vacanza in Sardegna:

Io ero alla consolle e mettevo i dischi. A un tratto si avvicinò un componente dello staff che mi disse: «C’è puzza di benzina». Solo allora me ne resi conto e avvertii anch’io quell’odore. Gli dissi di chiamare subito il titolare, Gianni Togni, e gli uomini della sicurezza. Mi ordinarono di abbassare la musica e di dire alla gente di uscire subito dal locale. Poi presi in mano il microfono e dissi al pubblico di allontanarsi, perché c’era odore di benzina. È in quel momento che vidi due ragazzi fuggire, travestiti da Pierrot.

Sono circa le 16 e i due attentatori, grazie alla confusione e alla scarsa illuminazione della sala, hanno appena cosparso il pavimento con della benzina trasportata in due grosse borse-taniche. Il caratteristico odore del combustibile, però, attira l’attenzione dei presenti che avvertono i componenti dello staff del Melamara. Nel frattempo i due giovani appiccano il fuoco, la benzina brucia ma la moquette che ricopre il pavimento no, e i due piromani, presi alla sprovvista, si danno alla fuga. «Uno di loro» continua il racconto Franceschi

gettò la tanica di benzina contro due uscite di sicurezza, che cominciarono ad andare a fuoco. Tutto accadde in pochi istanti. C’era molta paura. La gente cominciò a uscire dalle altre porte di sicurezza, quelle che non stavano andando a fuoco, e dall’ingresso principale, dove però si creò un ingorgo perché all’esterno c’era la fila di coloro che premevano per entrare alla festa. Alcuni ragazzi rimasero ustionati.

Uno dei due attentatori viene bloccato subito, mentre l’altro si mescola alla folla nel tentativo di raggiungere l’ingresso principale, ma senza riuscirci. Circondati dagli avventori inferociti, i due corrono il rischio di essere linciati, e solo l’intervento dello staff della discoteca li sottrae a quello che sembra un destino ormai certo, trasferendoli in una stanza dove pochi minuti dopo vengono arrestati dalle forze dell’ordine.
È così che, finalmente, la misteriosa sigla Ludwig acquista un volto, anzi due.
Quelli di Wolfgang Abel, ventinove anni, e dell’amico Marco Furlan, di un anno più giovane.



INDOTTO E INDUTTORE
I cognomi Abel e Furlan appartengono alla Verona che conta.
Wolfgang, laureato in matematica ma da sempre appassionato di filosofia, è nato a Düsseldorf e si è trasferito in tenera età nella cittadina veneta con tutta la famiglia, capeggiata dal manager di un noto gruppo assicurativo tedesco; Marco, veronese di nascita e prossimo alla laurea in fisica, è figlio di un rinomato chirurgo.
Il sodalizio tra i due, molto forte, risale ai tempi del liceo e si cementa nel corso degli anni in virtù della comune estrazione sociale e, soprattutto, di una comune, per quanto approssimativa, appartenenza ideologica. I due amici professano un vago orientamento nazistoide che, proprio a causa dei suoi tratti naïf, non è mai sfociato in una militanza attiva: Wolfgang e Marco non appartengono a nessun gruppo della pur variegata galassia nazifascista veronese, né frequentano alcun luogo di ritrovo — bar, circoli, associazioni — a essa riconducibile. Al contrario, il loro stile di vita si caratterizza per un certo isolamento, per una forma di austerità e di rigore che li tieni lontani da qualsiasi occasione mondana, peraltro frequenti nell’ambiente delle rispettive famiglie.
Nel corso degli interrogatori a cui sono sottoposti dopo l’arresto, Abel e Furlan parlano poco, quasi per nulla, e solo a proposito del tentato incendio del Melamara. Due giorni dopo il fermo, al procuratore della Repubblica di Mantova che lo interroga in merito, Abel spiega così la scelta dell’obiettivo e le motivazioni del gesto:

Io volevo dare fuoco alla discoteca, volevo bruciare la discoteca, ma non so perché. L’unico motivo è perché ho qualcosa contro le discoteche. Soprattutto per il tipo di gente che frequenta le discoteche, per l’ambiente, per le persone che vanno nelle discoteche. È forse la discoteca in se stessa, come luogo che rende vittime le persone che la frequentano, inducendole a svaghi insulsi che mi ripugnano. […] Quello che mi irrita è la discoteca come istituzione. Trovo assurdo che ci siano proprietari di discoteche che prendono in giro i giovani e pretendono da loro diecimila lire per offrire nient’altro che un po’ di musica… È assurdo che nei paesi non pensino ad altro che alle discoteche; che le Vespe girino con gli adesivi delle discoteche. È assurdo che i giovani siano traviati e fuorviati da questi luoghi: io stesso ho constatato che una ragazza pienamente vitale, dopo aver frequentato l’ambiente delle discoteche aveva completamente cambiato natura, assumendo anche stupefacenti. Io penso che le maggiori fonti di spaccio di droga siano le discoteche, e ciò mi appare intollerabile. Io volevo bruciare la discoteca perché… mi riesce intollerabile che nelle discoteche si rechino tanti giovani. […] Anche Furlan, nel voler bruciare la discoteca, era mosso dal medesimo mio intento: anche lui odiava le discoteche come luoghi di degrado dei giovani. […] Quello che in pratica criticavamo era la discoteca come luogo di strumentalizzazione dei giovani e come luogo di diffusione imponente di stupefacenti.

Chiamato in causa dall’amico, Marco Furlan adotterà una strategia difensiva molto diversa rispetto a quella, apparentemente collaborativa, di Abel, optando prima per un atteggiamento irridente e beffardo – «abbiamo concordato di spargere della benzina per vedere un po’ di fiammelle, per constatare l’effetto che faceva sulla gente […] non era nostra intenzione di fare del male, volendo divertirci a vedere la reazione della gente […] il mio intento era quello di fare uno scherzo» – e per un ostinato e impenetrabile mutismo poi. Arrivando perfino a rifiutare di sottoporsi alla perizia psichiatrica richiesta dai legali della difesa – tra cui spiccano i nomi degli avvocati Piero Longo e del suo allievo Nicolò Ghedini, futuri difensori del presidente del consiglio Silvio Berlusconi – e che verrà invece accettata da Abel.
La perizia, firmata dal criminologo Augusto Balloni e dallo psicologo Roberto Reggiani, solleva molte polemiche e perplessità — in seguito a essa Abel verrà giudicato in possesso di una ridotta capacità di intendere e di volere, perché cresciuto senza le attenzioni affettive che, a parere dei due professionisti, permettono di costruire una personalità sana —, ma ha l’indubbio merito di fare un po’ di luce sul complesso rapporto che lega i due giovani.
In tal senso, la relazione tra Abel e Furlan è considerata viziata da una forma di psicosi indotta, in base alla quale il soggetto cosiddetto “induttore” (nel caso specifico Abel, personalità dotata di idee profondamente radicate, entusiasticamente sostenute con rigore e convincimento) influenza il soggetto cosiddetto “indotto”, ovvero Furlan, personalità ritenuta inferiore a quella del compare sul piano intellettuale, bisognosa di identificazione, rassicurazione e autorealizzazione.

Nella psicosi indotta l’individuo che riceve non partecipa direttamente al delirio ma crede nel delirio, nel deliroide e nel fanatismo dell’altro, tanto che il suo spazio fisico interiore viene invaso e occupato da quello dell’altro. Abel è certamente di intelligenza più vivace, di personalità più ricca e agisce in senso induttore su Furlan, meno ricco sul piano dell’intelligenza e delle doti personali più insicuro, e pertanto più recettivo, immaturo.

CHI È LUDWIG? E DA DOVE ARRIVA?
Sul fronte delle indagini, le perquisizioni domiciliari e le analisi compiute sui materiali sequestrati convincono gli investigatori che il delirio di Ludwig è arrivato al capolinea.
A eliminare qualsiasi dubbio sono soprattutto i taccuini e i quaderni rinvenuti nelle abitazioni dei due sospettati, grazie ai quali, tramite sofisticate tecniche investigative, è stato possibile riconoscere le tracce dei caratteri simil-runici che, scritti su fogli sovrastanti, ricompongono interi passaggi dei volantini di rivendicazione firmati dalla sigla, tra cui questo:

LA NOSTRA FEDE È NAZISMO,
LA NOSTRA GIUSTIZIA È MORTE,
LA NOSTRA DEMOCRAZIA È STERMINIO.

A questo indizio, che assomiglia tanto a una prova, se ne aggiungono molti altri, alcuni lampanti: la ricostruzione degli spostamenti dei due giovani fa emergere una perfetta corrispondenza tra i luoghi da loro frequentati nelle date degli attentati e quelli in cui questi si sono verificati; le borse trasportate da Furlan la sera del tentato incendio del Melanera sono identiche a quelle utilizzate per il rogo della discoteca Liverpool; e infine, per molti tratti la fisionomia dei due sospettati corrisponde alle descrizioni dei due individui notati sui luoghi dei delitti da diversi testimoni oculari.
Per quanto riguarda la presunta adesione ideologica al nazismo dei due, la sentenza-ordinanza di rinvio a giudizio firmata il 15 luglio 1986 dal giudice Mario Sannite procede invece con più cautela. L’utilizzo nei volantini di rivendicazione di simboli e slogan nazistoidi, scrive il titolare delle indagini, appare più come una sorta di autoidentificazione cialtronesca che non come una vera e propria adesione alla causa. Piuttosto, assai più autentici e rilevanti sembrano essere i richiami a quella tradizione culturale teutonica degli ultimi tre secoli che dal romanticismo ottocentesco arriva, degenerata e distorta, ai deliri dell’ideologia nazista:

Misticismo, eticità, puritanesimo, convinzione di compiere un destino storico, mito della purezza e conseguente missione di purificazione, ritorno alle virtù primigenie del passato ed alla forza e nobiltà dell’eroe ariano, ricerca dell’assoluto, deformazione della storia ad espressione della volontà dello spirito; sono tutti motivi, questi, variamente presenti nella cultura tedesca, sempre ricorrenti seppur con diverse sfumature e accentuazioni, dal secolo decimo settimo fino al nazionalsocialismo.
Il delirio di palingenesi, l’aspirazione all’assoluto, frutto della solitudine dell’uomo nordico, della sua eccessiva pensosità, del perenne dissidio nel suo subcosciente tra l’impulso di assoggettazione ad una autorità suprema ed una catarsi individuale distruttiva dell’esistente e rigenerativa della storia, possono giustificare uno sprezzante atteggiamento neoromantico verso la moderna società occidentale, immersa nel materialismo industriale e massificata, immemore delle virtù originarie. Emerge insomma la figura dell’eroe ariano, che non teme la morte, che anzi dardeggia attraverso il crepuscolo dell’umanità e degli dei per creare un «ordine nuovo»; il mito dell’eroe germanico tuttora latente in molti tedeschi.

Grandi elucubrazioni, poi, si fanno anche in merito al significato e all’origine della sigla Ludwig.
La stampa dell’epoca dedica molto spazio alla notizia che nella casa di Abel a Monaco di Baviera gli inquirenti trovano una copia dell’edizione tedesca del romanzo di Ignazio Silone L’avventura di un povero cristiano, e che sfogliando le pagine del libro si possono notare ripetute sottolineature dei passaggi in cui compare uno dei suoi personaggi, l’intransigente frate Ludovico, che si batte contro la corruzione della Chiesa e della morale. Ipotesi suggestiva e affascinante, che sembra fatta apposta per aggiungere altro colore a una storiaccia di per sé già molto intrigante. E infatti, come spesso accade quando c’è di mezzo la cronaca nera, con l’andare dei giorni si scopre che i cronisti si sono fatti prendere un po’ troppo la mano: se la notizia del ritrovamento del romanzo di Silone è autentica, del tutto inventato è invece il dettaglio delle sottolineature.
Tant’è che a tutt’oggi, il reale significato della sigla Ludwig rimane un mistero. Come scrive il giudice Sannite nella sentenza-ordinanza, le ipotesi formulate furono tante. Si pensò

al protagonista del film omonimo di Luchino Visconti; […] allo pseudonimo (Ludwig) dello scrittore tedesco Emil Colm (1881-1948), autore di studi e biografie romanzate su personaggi storici e uomini politici (Napoleone, Bismarck, Lincoln, Roosevelt, Stalin, Mussolini), in cui le azioni di alcuni di questi personaggi sono interpretate come il risultato di particolari processi psicologici; allo scrittore Otto Ludwig (Eisfel 1813 ‒ Dresda 1865), autore dell’opera I Maccabei, in cui uno dei protagonisti, il sacerdote Ioachim, impone all’esercito di Israele il rispetto della “legge sabatista” anche a costo di fargli perdere la guerra contro Antigono ed è strenuo difensore delle Sacre Tavole: un accostamento, questo, carico di suggestioni non solo perché nell’opera appena citata si auspica l’uccisione dei sacerdoti indegni, delle prostitute e degli omosessuali, ma anche perché “maccabeo” (dall’ebraico marquebeth) significa “martello”, uno strumento che rievoca lo scenario di alcune delle esecuzioni rivendicate da Ludwig.


CONDANNA, FUGA, LATITANZA, CAPOLINEA
Intorno alle 21.45 del 10 febbraio 1987, dopo ventidue udienze e dodici ore di camera di consiglio, la Corte d’Assiste di Verona presieduta dal giudice Eduardo Rainone condanna Wolfgang Abel e Marco Furlan a trent’anni di reclusione. A salvare i due imputati dall’ergastolo è il riconoscimento della seminfermità mentale — in virtù anche della già citata perizia psichiatrica firmata dai professori Balloni e Reggiani — e l’assoluzione per mancanza di prove in merito ad alcuni dei delitti firmati da Ludwig (tra i quali l’incendio della torretta di Porta San Giorgio).
Agli occhi degli addetti ai lavori abituati ad avere a che fare con le aule di tribunale, il processo Ludwig è una delusione. Per ravvivare un po’ le cronache giudiziarie, molto ci si aspettava dalla deposizione dei due imputati che invece hanno preferito chiudersi in un mutismo ostinato, senza mai rispondere alle domande dei giudici e comparendo in aula solo alla prima udienza. Così il dibattimento in aula non aggiunge granché a quanto già è emerso dalle indagini, scontentando soprattutto coloro che alimentano un sospetto sussurrato a mezza voce: per la modalità in cui i delitti sono stati commessi e per alcuni particolari emersi dalle deposizioni dei testimoni oculari, dietro la sigla Ludwig non possono esserci solo i nomi di Abel e Furlan.
Sospetti che prendono ulteriore linfa quando di lì a pochi mesi, per un’incredibile serie di negligenze, Abel e Furlan escono di prigione per decorrenza dei termini di custodia cautelare. I due giovani sono costretti al domicilio coatto a Casale di Scodosia, un piccolo centro del padovano, fino alla sentenza di appello, che arriva il 10 aprile 1990 e che, pur confermando la condanna, riduce la pena di trentasei mesi, per un totale di ventisette anni, confermati in cassazione nel febbraio del 1991. Prima che la sentenza passi in giudicato, però, c’è tempo per un altro colpo di scena.
Dopo la condanna in appello Abel torna in carcere, mentre Furlan fa sparire le tracce, fuggendo dal luogo di confino in bicicletta dopo aver alterato in maniera piuttosto goffa, ma evidentemente efficace, il suo documento di identità. Episodio che, quasi scontato immaginarlo, non fa che cementare le convinzioni di quanti sostengono che dietro Ludwig si nasconda una vera e propria regia nera, anche perché sono noti a tutti i legami degli avvocati di Furlan con certi ambienti neri che potrebbero aver favorito la fuga del loro assistito. E il luogo in cui la latitanza di Furlan termina, dopo poco più di quattro anni, sembra confermare certi sospetti.
Nel maggio del 1995, in seguito a un episodio piuttosto paradossale e fortuito, Marco Furlan viene arrestato nell’isola di Creta, dove vive da qualche anno e dove lavora presso un autonoleggio dell’aeroporto di Heraklion. Creta, si sa, ha sempre attirato molti turisti italiani ed è proprio uno di loro, peraltro concittadino del latitante, a segnalare la sua presenza in terra greca alle forze dell’ordine. L’uomo, dopo aver notato quella faccia già vista da qualche parte, su suggerimento della moglie lo immortala in una foto mentre consorte e figlia si mettono in posa a pochi metri dal sospettato, e al ritorno in Italia informa la polizia che, dopo aver confermato il riconoscimento, fa scattare il blitz.
Solo in occasione della sua seconda e definitiva cattura Furlan ammette di aver compiuto, insieme all’amico e complice Abel, tutti i delitti per i quali i due sono stati condannati, ma continua a mantenere un totale riserbo in merito ai moventi e a eventuali complici. Consapevole che ormai non gli resta che scontare la pena in carcere, Furlan tenta di impiccarsi in cella, ma senza riuscirci.

Abel e Furlan sono rimasti dietro le sbarre rispettivamente fino al 2009 e al 2010.
Dopo la scarcerazione, Wolfgang ha scontato il resto della pena agli arresti domiciliari, nella casa di famiglia in Valpolicella, e al termine di un periodo di libertà vigilata con obbligo di firma, il 24 novembre 2016 il magistrato di sorveglianza ha revocato anche quest’ultimo provvedimento, sancendo il suo definitivo ritorno alla libertà.
Furlan è stato affidato in prova ai servizi sociali nel 2008, lo stesso anno in cui si è laureato per la seconda volta, in ingegneria informatica. Il 12 novembre 2010, alla luce del «positivo percorso di rielaborazione delle ragioni alla base dei reati» e venuto ormai a mancare il presupposto della pericolosità sociale, gli è stata concessa la libertà definitiva.

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