4 maggio 1980 — Naš Tito

Quarant’anni fa, a Lubiana, moriva Josip Broz Tito, per trentacinque anni re proletario della Repubblica socialista federale jugoslava da lui fondata.


Ritratto di Tito all’interno dell’Armijska Ratna Komanda D-0 / © Giulia Natalia Comito

Questo ritratto del Maresciallo è stato immortalato dalla mia amica Giulia un giorno d’estate di due anni fa, al termine della nostra visita all’Armijska Ratna Komanda D-0, meglio noto come “il bunker di Tito”, uno dei più avveniristici esempi di architettura bellica realizzati in tempo di guerra fredda.
L’edificio si trova sei chilometri a sud della cittadina bosniaca di Konjic, mimetizzato tra la vegetazione sulla sponda destra del fiume Neretva che poche ore dopo io e miei compagni di viaggio avremmo ridisceso a bordo di un gommone.
Tutto è storia qui: pochi chilometri a nord da dove ci troviamo, tra Konijc e Jablanica, nel febbraio del 1943 le truppe fasciste italiane costrinsero i partigiani titini a interrompere il loro ripiegamento verso i territori bosniaci, dando inizio alla cosiddetta battaglia della Neretva, o “dei feriti” (Bitka za ranjenie), una delle più epiche imprese della seconda guerra mondiale.
Ci penso mentre guido la Golf su una strada sterrata lungo il corso del fiume: penso a quell’interminabile film visto da ragazzino, alla testa lucida di Yul Brynner nei panni del partigiano Vlado, al senso di straniamento provato allora nel veder combattere contro i tedeschi non i soliti americani o inglesi, ma un manipolo di soldati mai sentiti prima, dai nomi impronunciabili, eppure riconoscibilissimi per via di quella stella rossa sul berretto. Penso a quanto mi piaceva guardare i film nel salotto con la moquette blu, sprofondato nella poltrona con le gambe a penzoloni sopra il bracciolo e alle mie spalle mio papà, seduto per terra con la schiena appoggiata al divano, mentre fuma e beve un whisky.


Locandina del film “La battaglia della Neretva” realizzata da Pablo Picasso.

Però non devo distrarmi troppo, perché i tre bosniaci che ci stanno facendo strada su un’altra auto guidano veloci, e rischio di perderli di vista. Ma anche se succedesse basta seguire il fiume e arriviamo, no? Così ci hanno detto, giusto? E infatti l’auto che ci precede a un certo punto scompare, ma proseguendo dritti per un altro chilometro circa sbuchiamo davanti a un’anonima abitazione civile su due piani, con a destra un piccolo spiazzo per le auto e a sinistra le acque verdi smeraldo della Neretva. Spento il motore e scesi dalla macchina, una ragazza dai capelli scuri si avvicina, ci saluta e si presenta come la nostra guida: «Aspettiamo un altro piccolo gruppo di turisti e poi iniziamo. Portatevi qualcosa da vestire perché dentro fa freddo».


Il bunker di Tito dall’esterno.

L’invito suona un po’ strano perché è una bellissima giornata di sole, fa molto caldo e quell’innocua casetta bianca che sto osservando tutto sembra essere tranne che un bunker. Eppure che nell’aria ci sia qualcosa di particolare lo si avverte da certi indizi criptici sparsi qua e là all’esterno, tra cui un cartello che esorta a ricordare un passato futuristico, e dietro il quale vedo scorrere le acque del fiume.


Un monumento in memoria di un passato futuristico.

Tutte le domande trovano una risposta pochi minuti dopo l’inizio della visita.
La casetta bianca dentro cui ora ci troviamo, ci racconta la guida, altro non è che uno specchietto per le allodole, la porta d’accesso a una vera e propria città sotterranea — perfettamente equidistante da tutti i più importanti centri abitati dell’ex Iugoslavia — scavata tra il 1953 e il 1979 per trecento metri dentro una collina ai piedi del monte Bjelašnica, con il fine di ospitare Josip Broz Tito, la sua famiglia e oltre 350 tra i suoi più stretti collaboratori nel caso di un conflitto nucleare o di invasione del nemico.


Lunghi e stretti corridoi / © Giulia Natalia Comito

Porte che si aprono / © Giulia Natalia Comito

Ogni volta che una delle gigantesche porte blindate ci consente di accedere a una nuova sezione del bunker, ho la sensazione di essere all’interno di quel video in cui Thom York passa di stanza in stanza senza capire dove sta andando e cosa lo aspetta. Perché nonostante gli sforzi della guida, che snocciola con padronanza informazioni, dettagli e numeri, è difficile ricondurre tutto quello che sentiamo alla scala del possibile, e sono proprio le cifre ad accrescere l’incredulità: 26 anni di lavoro, 4,6 miliardi di dollari spesi (pari a 26 miliardi di dollari nella valuta attuale), oltre cento stanze per una superficie complessiva di 6854 m², suddivisa in 12 blocchi interconnessi, tra cui magazzini di stoccaggio, due grandi sale conferenze, cinque centri operativi con collegamenti telefonici diretti con la presidenza, due cucine, cinque grandi servizi igienici, un centro di crittografia, una sala operatoria ospedaliera attrezzata, dormitori e appartamenti privati; questi ultimi sempre più sofisticati a mano a mano che ci avviciniamo al cuore del labirinto che, non a caso, ospita la residenza del Maresciallo, composta da cinque stanze: una per la sua segretaria, il suo ufficio personale, una sala relax e la camera da letto, dalla quale Tito può acceder alla camera della moglie Jovanka.
E poi ancora: 21 grandi impianti di manutenzione (ciascuno dei quali dotato di un back-up in caso di guasto), serbatoi d’acqua (prelevata da pozzi naturali situati all’interno della montagna) e di petrolio, un circuito d’illuminazione composto da circa 6000 lampadine al neon e un complesso sistema di climatizzazione in grado di garantire una temperatura interna al bunker compresa tra i 21 e i 23 gradi, con un’umidità tra il 60 e il 70 percento.



© Giulia Natalia Comito

© Giulia Natalia Comito

 

 




«Il bunker non è mai entrato in funzione» racconta la guida. «Anzi, leggenda vuole che lo stesso Tito non l’abbia mai nemmeno visitato, o che addirittura neanche sapesse dov’era. E dopo essere sopravvissuto al conflitto balcanico, oggi è un importante polo museale di arte contemporanea, che ospita giovani artisti da ogni angolo del mondo».
Frastornato dai memorabilia in puro design socialista che mi circondano, non ho fatto troppo caso alla sequenza di installazioni, quadri, foto e murales di sapore contemporaneo che arredano le sale, frutto del Progetto Biennale d’Arte Contemporanea che dal 2011 ha trasformato un sito ancora sotto controllo militare in una galleria d’arte all’avanguardia.





Lungo le pareti degli stretti cunicoli che collegano i blocchi, slogan di stampo ecologista e pacifista si alternano a riproduzioni grafiche di funghi nucleari; in una delle sale di manutenzione dell’impianto elettrico, un grande striscione rosso esorta alla fratellanza tra i popoli; su un monitor collocato in una delle sale dedicate alle riunioni tra Tito e i suoi collaboratori, una scritta bianca su sfondo nero mi fa venire in mente una scena di uno dei miei film preferiti; e poi lui, Josip Broz Tito, che ci attende all’uscita, prima incorniciato accanto alla bandiera bosniaca e ritratto sia in versione originale — di tre quarti, lo sguardo rivolto verso sinistra, la divisa delle grandi occasioni ornata con mostrine e medaglie d’ordinanza —, e poi riprodotto in serie, rivisitato, brandizzato, sottoposto a quel processo di riduzione a oggetto pop che negli ultimi trent’anni ha investito tutta l’immaginario socialista dell’Est Europa.


 



Quando dal cuore della montagna riemergiamo all’esterno la luce è bianca, accecante.
Mi rifugio all’ombra di un muretto di fronte all’entrata del bunker, a pochi metri dalla riva della Neretva. In lontananza si sentono urla eccitate farsi via via sempre più vicine, allora scavalco il muretto e scendo di qualche metro lungo la sponda del fiume, fin quasi a toccare l’acqua, e in quel momento un gommone arancione carico di una decina di turisti, armati di remi e con addosso casco e giubbotto salvagente, attraversa il mio capo visivo, diretto verso una delle tante ripide che fanno della Neretva un paradiso del rafting. Fra qualche ora anch’io passerò di lì, e tra la vegetazione della sponda destra del fiume noterò la facciata bianca dell’anonima casetta a due piani, varcata la cui soglia si può accedere a un futuro anteriore che non esiste più.

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