3 marzo 1972 — Mordi e fuggi

Oggi, ma cinquant’anni fa, le Brigate rosse (ancora poco note a investigatori e opinione pubblica) rivendicavano il primo di una lunga serie di sequestri di persona che avrebbero scandito la loro storia. Intorno alle 19, nei pressi di piazzale Fratelli Zavattari, quartiere San Siro di Milano, tre uomini in tenuta da operaio costringevano Idalgo Macchiarini — dirigente della Sit Siemens, definito nel volantino di rivendicazione un «brutto cane rognoso» — a salire su un furgone parcheggiato poco distante e guidato da un quarto uomo.
È un sequestro-lampo, conclusosi trenta minuti più tardi in via Alfredo Pizzoni, zona Gallarate, dove l’ostaggio veniva rilasciato dopo essere stato immortalato in una polaroid passata alla storia, «un drammatico rituale» dirà Sergio Zavoli «che farà parte del codice comunicativo delle Br».



Tra le ricostruzioni a posteriori dell’episodio rilasciate dai suoi protagonisti (spesso contraddittorie perché «la memoria è, al meglio, una cisterna fallosa e contorta», ha scritto John Steinbeck), ho scelto quella che Alberto Franceschini, cofondatore delle Br, riporta in Mara, Renato e io, che comprai nella cartolibreria del mio paese nei primi mesi del 1993, per preparami a una tre giorni di autogestione che la mia classe del liceo avrebbe dedicato allo studio degli anni Settanta in Italia. Iniziativa — figlia della crisi economica del 1992-93 che aveva convinto la dirigenza della scuola a proibire le gite scolastiche per quell’anno — che per poco non fece venire un infarto al prof di greco, il quale minacciò di rimandarci tutti a settembre.


I compagni di fabbrica ci fornirono l’indicazione precisa: Idalgo Macchiarini, direttore dello stabilimento della Siemens, democristiano anche lui come Leoni, quello della prima macchina. Ogni volta che c’era un corteo interno gli operai cercavano di raggiungerlo nel suo ufficio e tentarono anche di fargli un processo pubblico, ma non ci riuscirono. La nostra azione la pensammo come un prolungamento del corteo interno, lo avremmo preso e processato.
Così come per decidere la tecnica da usare per bruciare le macchine, anche per il nostro primo sequestro discutemmo a lungo su come fare. E ancora una volta ricorremmo ai libri sui tupamaros. Per i sequestri dei dirigenti di fabbrica i tupa usavano le jeep: non c’erano portiere da aprire e insieme al sequestrato, dietro, potevano starci due o tre persone. La jeep noi non l’avremmo certo potuta usare, l’avrebbero notata tutti. Pensai che, in città, l’equivalente della jeep poteva essere un furgone, il furgone 850 Fiat, piccolo, maneggevole, facile da guidare anche nel traffico milanese. Il problema era rubarlo.
[…]
Sull’ingegner Macchiarini avevamo già fatto l’inchiesta, come cominciammo sin d’allora a chiamare le indagini per scoprire orari e abitudini della nostra vittima. Usciva dall’ufficio alle cinque e mezzo, a piedi, per raggiungere la sua auto posteggiata poco lontano dalla fabbrica. Non la metteva più nel cortile interno, aveva paura che gliela bruciassimo, la lasciava sempre nello stesso posto, una strada alberata non molto trafficata, ideale per l’azione.
Il giorno deciso partimmo in quattro. Io guidavo il furgone: aspettammo fino alle sei, ma Macchiarini non si vedeva. Ce ne andammo, potevano notarci. L’indomani, era il 3 marzo del 1972, tornammo alla stessa ora, verso le cinque, e posteggiammo il furgone a una decina di metri dalla sua macchina. Mario [Moretti] restò dietro, Sergio [brigatista non identificato] e Alfredo [Bonavita] cominciarono a passeggiare sul marciapiede, io restai al volante. Passò mezz’ora, un’ora, ma l’ingegnere non si vedeva. Una signora era uscita per fare la spesa ed era già tornata. Doveva averci notato, pensammo, perché ogni tanto si affacciava alla finestra della sua casa, al primo piano, proprio davanti al furgone. «Andiamocene,›› cominciarono a dire Sergio e Alfredo, «qui qualcuno chiama la polizia e restiamo incastrati». Ma io non volevo rinunciare, mi sembrava impossibile che Macchiarini non uscisse dall’ufficio alla stessa ora di sempre e per due giorni consecutivi. Eppoi il sequestro lo dovevamo fare per smentire chi ci credeva capaci solo di bruciar macchine. Per noi, per me almeno, era diventata quasi una questione di onore riuscire a portar via Macchiarini. O lui o la galera, mi dissi.
«Restiamo qui fino a stasera, anche a mezzanotte se serve. Se avete paura andatevene, lo prendiamo io e Mario, da soli.›› Avevo assunto un atteggiamento duro, l’unico che potesse far passare quel tremore che sentivo nelle loro parole. Ma anch’io ero preoccupato: quella signora si affacciava alla finestra in continuazione e mi pareva avesse occhi soltanto per noi.
Finalmente lo vidi arrivare: era in fondo alla strada e camminava lentamente. Non ci fu bisogno di avvertire gli altri due, lo avevano visto e mi fecero un cenno d’intesa. Era fatta, ormai sarebbe bastato qualche minuto. Quando arrivò a pochi metri dal furgone, il cui muso era rivolto dalla parte opposta a quella da cui veniva, lo presero quasi per il collo, gli diedero calci e pugni e lo buttarono dentro l’850. Saltarono su anche loro, sentii il portellone chiudersi e andai via velocemente. Dietro sentivo un gran tramestio e mi raccontarono che avevano continuato a prenderlo a pugni.
Quando mi fermai ed entrai dal portellone posteriore per scattare la foto vidi i lividi sul suo volto, si toccava dappertutto, aveva paura, non parlava. Eseguimmo il copione che avevamo attentamente studiato. Sergio gli mise il cartello. Non ricordo perché scegliemmo il sistema del cartello, forse ci venne in mente perché lo avevamo visto nelle foto della guerra partigiana attaccato al collo dei fascisti. Sopra avevamo scritto, sotto la stella a cinque punte, uno slogan diventato famoso: «Mordi e fuggi. Niente resterà impunito. Colpiscine uno per educarne cento».
A un nostro simbolo pensavamo da tempo, doveva essere chiaro e semplice, facilmente disegnabile, anche sui muri. Che dovesse essere una stella era fuori discussione, era l’emblema di tutti gli eserciti rivoluzionari: vietcong, tupamaros, Che Guevara, brigate Garibaldi. Ma dovevamo renderla riconoscibile, inventarne una «nostra». Per me e Renato [Curcio] era diventato quasi un vizio disegnare stelle su ogni foglio disponibile; scoprimmo che la moneta da cento lire, che qualunque compagno avrebbe potuto avere in tasca, forniva il cerchio per contenere la nostra stella. Provavamo a disegnarla con la tecnica imparata a scuola, quella che insegna a disegnarne una a cinque punte senza mai staccare la matita dal foglio. Però non riuscivamo a farla perfetta: era piegata sulla destra o sulla sinistra, una punta era più grande di un’altra. Ma non poteva essere che quella la nostra stella, e decidemmo anche l’errore che tutti dovevamo commettere: la punta superiore più corta che dà la sensazione di una stella protesa verso l’alto, verso il futuro.
Il «mordi e fuggi» lo riprendemmo invece da Mao. Aveva scritto che il principio della tattica partigiana è «mordere e fuggire subito». E a noi piacque anche perché ricordava la giungla ed eravamo convinti che nel nemico evocasse fantasmi di animali feroci: dovevamo far capire che Macchiarini sarebbe stato solo il primo di una lunga lista. Tutti, capi e capetti, dovevano sentirsi nel nostro mirino, aver paura di girare da soli per le strade, vedere in ogni operaio un nemico da temere e rispettare.
La pistola l’avevo io, era la Browning del vecchio partigiano. La tirai fuori dalla tasca con calma e vidi Macchiarini guardarla con ancora più terrore di quello che gli aveva provocato la sorpresa di essere catturato. Mario era pronto con la macchina fotografica. Sergio e Alfredo lo tenevano fermo.
L’azione durò mezz’ora: appena scattata la foto lo lasciammo andare e scappammo. La nostra prima preoccupazione fu quella di cancellare ogni traccia dal furgone, temevamo soprattutto le impronte digitali. Nel pulire trovammo un orologio, un Omega d’oro, perso dall’ingegnere. Avevamo i tupamaros nel sangue e volevamo dimostrare che non ci appropriavamo di ciò che apparteneva alle singole persone. Così preparammo una busta con dentro l’orologio, un volantino in cui si spiegava perché lo restituivamo e la foto di Macchiarini con il cartello e la mia pistola puntata alla tempia. Spedimmo tutto all’Ansa e avemmo la sensazione che il nostro primo sequestro, per come lo riportarono i giornali, per il rilievo dato alla foto, avesse colto nel segno. Dagli operai ci arrivavano segnali di approvazione e persino Lotta continua fece un comunicato dicendo che era stato giusto sequestrare Macchiarini: per questo undici suoi dirigenti milanesi vennero incriminati per istigazione a delinquere.
[…]
La pistola puntata alla tempia di Idalgo Macchiarini cambiò le Brigate rosse.


Ho scelto, tra le tante, la testimonianza di Franceschini perché oltre a raccontare nei dettagli un episodio importante, ancorché minore, della lotta armata in Italia, accenna anche ad altri aspetti di quella storia. Tra i quali, per esempio, l’origine di un simbolo — la stella a cinque punte — che trent’anni e sedici giorni dopo il sequestro Macchiarini sarebbe ricomparso in calce al documento che rivendicava quello che è a tutt’oggi l’ultimo attentato a firma brigatista: l’assassinio, il 14 marzo 2002 a Bologna, di Marco Biagi, professore universitario, giuslavorista e consulente del ministero del Lavoro, freddato da due individui pochi istanti dopo aver appoggiato accanto all’ingresso della sua abitazione, in via Valdonica, la bicicletta che lo aveva riportato a casa dalla stazione centrale.
Si trattò dell’ultimo attentato, sì, non dell’ultima vittima nella storia delle Br. Perché poco meno di un anno più tardi, un altro uomo, l’agente di polizia ferroviaria Emanuele Petri, avrebbe perso la vita per mano dei “nuovi” brigatisti, ma nel corso di uno scontro a fuoco fortuito, non di un’azione premeditata.
Marco Biagi invece fu ucciso in seguito a un’esecuzione in stile anni Settanta, preceduta da quella che Franceschini e compagni, agli albori della loro storia, definivano “inchiesta”; portata a termine con la stessa arma da fuoco, una Carl Walther calibro 9 di fabbricazione tedesca, che gli attentatori avevano utilizzato tre anni prima a Roma per assassinare un altro consulente del ministero del Lavoro, il professor Massimo D’Antona; e rivendicata da un documento di 26 pagine, spedito via email a 533 indirizzi di posta elettronica, inneggiante la lotta armata con il fine di «attaccare e disarticolare il progetto antiproletario e controrivoluzionario di rimodellazione economico sindacale».
Anche l’attentato a Marco Biagi è spesso associato a una foto, forse meno famosa della precedente ma altrettanto simbolica, che ritrae la bicicletta della vittima appoggiata al muro, sotto un tag di vernice rossa sormontato da qualcosa che potrebbe assomigliare a un fiore, o a una stella a cinque punte stilizzata.



Alla base del «progetto antiproletario e controrivoluzionario» citato, con la solita neolingua brigatista, nel documento di rivendicazione dell’attentato c’era quel “Libro bianco sul mercato del lavoro in Italia”, presentato nell’ottobre del 2001, di cui Biagi era stato tra i principali estensori e che aveva l’obiettivo di cambiare radicalmente — in senso riformatore per i suoi promotori, in senso reazionario per i suoi critici — le regole di ingaggio nel mondo del lavoro.
Di quelle settimane di vent’anni fa ricordo, tra le tante cose, la durissima polemica intorno alla proposta di abrogazione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, contenuta nello stesso Libro bianco; dibattito che quattro giorni dopo l’attentato di via Valdonica avrebbe portato al Circo Massimo un milione di persone, convocate dalla Cgil di Sergio Cofferati per quella che ancora oggi è ricordata come una tra le più grandi manifestazioni sindacali della storia repubblicana.
Quel giorno, dentro quel milione di donne e uomini, c’eravamo anche io e Tiziana, e queste sono due delle poche foto che ancora conservo di quella moltitudine. Chissà che fine hanno fatto le altre; chissà che fine ha fatto tutta quella gente.




Il volto spaventato di Macchiarini, la bicicletta di Biagi, le bandiere rosse del Circo Massimo: tutto mi è tornato in mente all’improvviso una sera di un paio di settimane fa, quando tutto ancora sembrava potesse tornare normale, e io me ne stavo sul divano a guardare una puntata di Presa Diretta intitolata “Salario minimo” e dedicata, con le parole del conduttore Riccardo Iacona, al «lavoro destrutturato, spezzettato, privato di valore e dignità».
Quella sera, e nei giorni successivi, mi sembrava che questa pillola di fosforo potesse avere un senso. Oggi non ne sono più così sicuro.

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