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20 marzo 2003 — V13 e la seconda guerra irachena

Per una strana coincidenza che in un primo momento mi è sfuggita, solo oggi, 22 marzo 2023, mi sono reso conto che l’altro ieri ho letto una pagina di V13, il nuovo libro di Emmanuel Carrère appena pubblicato da Adelphi, che fa riferimento alla seconda guerra irachena — dichiarata vent’anni fa da una coalizione multinazionale guidata dagli Stati Uniti d’America in seguito alle false prove prodotte da Usa, Regno Unito e Francia sul presunto possesso dell’Iraq di armi di distruzione di massa.
La coincidenza consiste nel fatto che l’altro ieri, 20 marzo 2023, cadeva il ventesimo anniversario dell’inizio di quella aggressione. Ne avevo letto qualcosa sui giornali online, visto qualche servizio al Tg, mi era tornato in mente, anche se in maniera vaga, il discorso all’Unione di G.W. Bush, le sue parole a proposito delle carte in possesso dei servizi segreti britannici e francesi che avrebbero provato il tentato acquisto da parte di Saddam Hussein di uranio impoverito dal Niger, per costruire un ordigno atomico; e ancora le reiterate menzogne dell’allora segretario di Stato Colin Powell, del primo ministro inglese Tony Blair e dei vertici della Cia, che accreditarono quei documenti e li utilizzarono come prova per giustificare l’invasione di uno Stato sovrano. Fino a quando, due anni più tardi, all’opinione pubblica mondiale sarebbe stato detto che quei documenti in realtà erano dei falsi, preparati con la complicità anche dei nostri servizi di sicurezza.
Ricordavo tutto questo, eppure l’altro ieri, mentre leggevo pagina 97 del libro di Carrère non mi sono reso conto che quel 20 marzo era proprio il giorno della ricorrenza.
Nella pagina in questione lo scrittore ricostruisce il momento in cui l’aula del tribunale dell’Île de la Cité che sta celebrando il processo ai responsabili degli attentati a Parigi del 13 novembre 2015, quelli del Bataclan per intenderci, accoglie la testimonianza dell’allora presidente della Repubblica francese, François Hollande:

La posizione dei terroristi è che gli attentati sono una risposta legittima al terrorismo di Stato messo in atto dalla Francia in Iraq e poi in Siria: voi massacrate degli innocenti a casa nostra, noi veniamo a massacrare degli innocenti a casa vostra. Occhio per occhio, dente per dente, non dovevate cominciare. La posizione dello Stato francese è non soltanto che una tale risposta sarebbe inaccettabile in ogni caso, ma anche che l’argomentazione non regge, perché lo Stato islamico ha minacciato la Francia prima e non dopo l’inizio dei bombardamenti in Iraq. Secondo la formula di Hollande: ci hanno colpito per quello che siamo — il paese della libertà —, non per quello che abbiamo fatto. Sembrano tutti d’accordo su questo punto, che però è quello che [Olivia] Ronen [la giovane e combattiva avvocatessa di Salah Adbeslam, il principale imputato] contesta. «Un momento, signor presidente,» dice «guardiamo bene la cronologia. Il 29 giugno 2014, dal minareto della Grande moschea di Mosul, Abu Muhammad al-Adnani, portavoce dello Stato islamico, proclama il califfato. Siamo d’accordo su questo?».
Hollande non può non essere d’accordo, è un fatto oggettivo, ma si chiede dove voglia andare a parare la difesa.
«Il 21 settembre 2014 lo stesso al-Adnani invoca un solenne castigo per l’Occidente, gli americani e soprattutto i “malvagi e spregevoli francesi”. E a quando risalgono i primi bombardamenti francesi in Iraq?».
«Ehm,» risponde Hollande fiutando la trappola «a fine settembre…» (quindi dopo le minacce di al-Adnani).
«No,» dice la Ronen «al 19 settembre» (quindi prima).
Dunque: la Francia colpisce lo Stato islamico, e due giorni dopo lo Stato islamico annuncia che colpirà la Francia. Dal punto di vista strettamente cronologico, Abdeslam ha ragione: siamo stati noi, la Francia, a dichiarare guerra ai pacifici cittadini dello Stato islamico.


L’illustrazione di copertina di V13 è un’opera di Lucio Fontana, Concetto spaziale (1966-1967).

A me le ricorrenze piacciano tanto (e probabilmente questa rubrica di Piattaforma lo dimostra) perché mettono ordine nei ricordi, puntellano una memoria sempre più friabile, e quindi in un certo senso (e forse in maniera illusoria) mi rassicurano. Perciò questa mattina, quando me ne sono reso conto, mi è parso davvero strano che quella coincidenza mi fosse sfuggita proprio mentre ce l’avevo sotto gli occhi, e allora ci ho ragionato un po’ su e sono arrivato a questa conclusione.
La sera dell’altro ieri, mentre leggevo pagina 97 di V13, probabilmente con la testa ero rimasto ancora a poche pagine prima, tra la 58 e la 60, quando Carrère ricompone in maniera mirabile il mosaico di testimonianze dei sopravvissuti alla strage del Bataclan, mentre ricostruiscono in aula gli attimi dell’attacco.
Le conoscevo già quelle pagine, ricordavo di averle lette il 31 ottobre 2021 su Robinson, l’inserto culturale della Repubblica, mentre viaggiavo in treno alla volta di Milano, precisamente dello stadio San Siro Meazza, per assistere a Inter-Udinese. E ricordo che mi avevano così tanto intristito da rovinarmi la giornata, nonostante la gioia di tornare a San Siro dopo tanto tempo e la vittoria per 2-0 della mia squadra del cuore.
L’altro ieri, a distanza di un anno e mezzo da quel viaggio, quelle pagine mi hanno fatto lo stesso effetto, e probabilmente è a causa loro che una trentina di pagine dopo ero ancora per aria, come dice il mio amico Marco, vittima di una distrazione provocata da una profonda e lugubre tristezza. A cui solo Bruno è riuscito, per un attimo, a dare un po’ di sollievo.

Avevano acceso tutte le luci e ammazzavano la gente, con un certo gusto direi (Amandine). Erano giovanissimi, calmi. A un certo punto, il caricatore di uno di loro dev’essersi inceppato e un altro lo ha aiutato a rimetterlo in funzione scherzando, come due buoni amici allo stand del tirassegno (Édith). Si sono fermati per ricaricare, e poi i colpi sono stati più distanziati, meno casuali: una pallottola alla volta, prendendo la mira. Un urlo uno sparo, un pianto uno sparo, una suoneria di cellulare uno sparo (Pierre-Sylvain). Non volevo più soffrire, ho accettato l’idea che sarei morta a trentadue anni, in mezzo a gente della mia età che aveva come me una bella vita davanti, uccisa da gente che ci provava gusto (Amandine). Un uomo si è alzato e ha detto: «Basta, perché lo fate?». Uno di loro lo ha ammazzato (Édith). L’ho sentito dire: «È per vendicare i nostri fratelli in Siria, dovete prendervela con il vostro presidente Hollande», e io non lo so cosa succede in Siria, io sono lì per passare una bella serata con Nick che è l’amore della mia vita e chiedo a Nick: «Sei stato colpito?». Sì, alla pancia, gli fa male, respira a fatica allora lo faccio respirare dalla mia bocca e poi muore (Helen). Ha tenuto quel discorsetto sulla Siria come se non gliene fregasse niente, come se avesse imparato a memoria una lezioncina a cui non credeva; l’unica cosa che li eccitava era spararci addosso. Patetico (Édith). Se facciamo una mossa siamo morti. Fingiamo di essere morti. I cellulari squillano senza sosta, con quelle suonerie degli iPhone così riconoscibili che sei anni dopo mi gelano ancora il sangue (Lydia). Quello che sparava con il fucile appoggiato sull’anca ha abbassato la canna, l’ha imbracciato e ha cominciato a mirare verso il basso, ogni volta a un bersaglio preciso, uccidendoci uno a uno. Io sono stato ferito. Ho guardato Hélène. Non aveva più il naso e aveva un buco al posto dell’occhio destro (Pierre-Sylvain). Sono riuscita a salire in galleria, dietro l’ultima fila c’era un uomo, mi ha nascosto sotto la poltroncina (Édith). Avevo una t-shirt bianca, pesavo centoventi chili, un bersaglio facile. Mi sono messo davanti a Édith pensando che forse questo l’avrebbe protetta (Bruno). Seguivo la carneficina con l’udito, raggomitolata dietro a Bruno in posizione fetale, aspettando la morte. Ho visto la porta che si apriva, in fondo alla galleria. Il tipo era a tre o quattro metri, calmissimo, con delle scarpe da ginnastica bianche (Édith). Mi sono detto: guarda, è uno a posto, sembra tranquillo. E poi ha alzato il braccio, dalla galleria ha sparato sul parterre (Bruno). E allora c’è stata quella spaventosa esplosione. Già così era spaventoso, pensavo che mai avrebbe potuto esserlo di più, ma era un altro passo nell’orrore, mi sono detta che era come l’11 settembre: il primo aereo, e dopo: il secondo aereo (Aurélie). C’erano coriandoli di carne dappertutto. Ho pensato che in frigo non c’era più latte e che non avevo pagato la mensa di mia figlia (Édith). Ho visto delle piume volare scendendo piano piano su di noi e ho capito dopo che erano le piume della sua giacca a vento (Amandine). Ricordo la melma viscosa in cui sciaguattavamo, l’odore di polvere da sparo e di sangue, e poi l’esplosione, i pezzi del kamikaze che hanno cominciato a pioverci addosso. In un’allucinazione ho visto mio figlio che mi diceva: devi alzarti, mamma, devi uscire (Gaëlle). Un amico di Bruno è venuto verso di noi, gli ha detto che la situazione si era un po’ calmata, che era il momento di fuggire. Bruno mi ha detto di andare con loro. Gli ho detto che non potevo muovermi e lui ha detto: «Okay, resto con te». Ed è rimasto con me. Una perfetta sconosciuta.

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