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15 gennaio 1998 — La precipitazione di Edoardo

«Non rinuncio a rilevare che nei tempi in cui viviamo c’è un grave decadimento dei valori. Resta solo il mito dell’accumulazione del denaro, un mito molto più pericoloso per i giovani di quello della droga. Ci si preoccupa perché i ragazzi ricorrono agli spinelli o ai narcotici e non si capisce che stiamo andando verso un mondo basato solo sulla misura del conto in banca.»
Edoardo Agnelli, intervista al manifesto


Oggi, ma un quarto di secolo fa, il quotidiano comunista il manifesto pubblicava un’intervista di Paolo Griseri a Edoardo Agnelli che parte da San Francesco d’Assisi e arriva a John “Jaki” Elkann, l’attuale amministratore delegato della finanziaria di famiglia. Sarà l’ultima intervista concessa a un giornale dal «più fragile e forse più infelice» della dinastia torinese.



«POSSIAMO VEDERCI? SCENDO A PRENDERLA»

Quando il figlio maggiore di Gianni Agnelli e Mariella Caracciolo telefona al giovane redattore del quotidiano comunista (oggi firma della Stampa), suo cugino Giovanni — figlio di Umberto e destinato, secondo la vulgata, ad assumere il comando dell’azienda — è morto da poco più di un mese, ucciso a trentacinque anni da un tumore all’intestino. E da qualche giorno, tutti i giornali raccontano che al suo posto, per traghettare la Fiat verso il nuovo millennio, è stato scelto John Jaki, ventiduenne figlio di Margherita Agnelli e del giornalista Alain Elkann, e perciò nipote di Edoardo, che si vede umiliato per la seconda volta dal padre. Perché lui — umanista, filosofo appassionato di storia delle religioni, un «insofferente che soffriva», come lo ricorda il nipote Lapo — pare più propenso a discutere della ricerca di dio che del futuro dell’automobile.
Istintivo e riflessivo, attratto più dalla languida Roma che dall’operosa Torino, Edoardo è «un mistico in una famiglia di capitani d’industria», dilaniato dalla consapevolezza di non essere tagliato per certe cose, e mai rassegnatosi al fatto di non aver conquistato la fiducia di un padre amato ed emulato. Padre che nemmeno dopo la scomparsa del nipote Giovanni, l’erede designato, sceglie il figlio, preferendogli un ragazzino che ancora studia e che nemmeno porta il cognome di famiglia. Una «seconda costola tolta», dirà ancora Lapo. Un’altra umiliazione che Edoardo apprende dalla stampa e alla quale, questa volta, si ribella — «considero quella scelta uno sbaglio e una caduta di stile» — concedendo a un quotidiano comunista una confessione di cui ancora oggi si percepisce il riverbero:


LA FIAT E LA MIA FAMIGLIA
Intervista di Paolo Griseri a Edoardo Agnelli, il manifesto, 15 gennaio 1998


Torino, una sera di gennaio, esterno nebbia. Sul piazzale del convento che guarda la città dalla sponda destra del Po, si avanza un cappuccino barbuto. Il frate sorride al ragazzo con la giacca a vento che sbuca frettoloso da una stradina della collina. I due non si parlano. Ognuno sa quel che deve fare. Il cappuccino porge al ragazzo un panino e una mela, la cena dei poveri. Il ragazzo ringrazia e scompare nella nebbia. Tocca a noi due: «Desiderate?». Il mio interlocutore non ha bisogno di panini: «Vorrei conoscere l’origine del vostro ordine. Siete francescani?». «Siamo uno degli ordini francescani, nato da una riforma del 1525. Erano tempi difficili. C’erano scomuniche reciproche e tentativi di riconciliazione tra le diverse osservanze francescane». «Una certa litigiosità è normale» commenta il mio accompagnatore. «Sa, succede in tutte le buone famiglie».
Già, le buone famiglie. Edoardo Agnelli, 44 anni, figlio del presidente onorario della Fiat, di buone famiglie se ne intende. Passeggia sul piazzale del convento e forse pensa che quelle baruffe tra i francescani di quattro secoli fa non sono dissimili da quelle che agitano la principale famiglia di capitalisti italiani, la sua, giunta a uno dei passaggi più drammatici di una saga centenaria. Il figlio dell’Avvocato ne parla con appassionato distacco. Non è il rampollo che sgomita per un posto da capitano d’industria. Sa che quella partita per lui è chiusa, da tempo: «Non voglio fare il manager». Ma non rinuncia a dire la sua sugli ultimi sviluppi della battaglia per la successione al padre, sul ruolo della Famiglia nella Fiat, sul patto di sindacato disegnato nel ’93 da Enrico Cuccia. Il discorso parte da lontano. Da Francesco d’Assisi, «uno che soffrì molto perché era considerato un matto e venne esautorato anche dall’amministratore del suo ordine».

C’è un episodio noto della vita di Francesco. Quello in cui il santo distribuisce ai poveri i beni del padre. Che effetto le fa pensare a quel gesto?
Ho un grande rispetto per figure come Gesù e Francesco d’Assisi. Quando attraverso momenti di difficoltà penso che Gesù si fece crocifiggere, una scelta molto più difficile di quelle che mi tocca affrontare. E questo mi incoraggia. Anche Francesco è per me un modello forte. Ma io non ho fatto la sua scelta. Ho deciso di seguire un’altra strada. Allo stato attuale ho scelto di lavorare all’interno della famiglia, con il mio nome e cognome. Non ho cambiato paese e abito. Ma non rinuncio a rilevare che nei tempi in cui viviamo c’è un grave decadimento dei valori. Resta solo il mito dell’accumulazione del denaro, un mito molto più pericoloso per i giovani di quello della droga. Ci si preoccupa perché i ragazzi ricorrono agli spinelli o ai narcotici e non si capisce che stiamo andando verso un mondo basato solo sulla misura del conto in banca. Ma tutto questo è destinato a finire. Andiamo verso la fine dell’epoca moderna, basata sull’empirismo e sul razionalismo cartesiano. Personalmente ho in mente la nascita di una fondazione, complementare a una già esistente, per occuparsi della rinascita di questi temi. Oggi infatti siamo arrivati a un compimento, cioè, in termini marxisti, alla cosiddetta fase avanzata del capitalismo, cosa che Russia e Cina non riuscirono a fare prima della rivoluzione. Come già dissi, sono contrario a ogni forma di violenza politica e vedo, anziché una rivoluzione, una trasformazione della società, una forma di marxismo riformato quale si sta studiando presso la Fondazione Gorbaciov. È un problema che riguarda tutti, anche voi della sinistra. Anni fa, quando studiavo negli Stati Uniti, venne in visita nella mia università Giorgio Napolitano. Gli chiesi come pensava di organizzare concretamente la società senza classi prospettata da Marx. Mi rispose che il suo partito aveva messo a lavoro sull’argomento diverse commissioni di studio ma che, per il momento, il problema principale da risolvere era quello della riduzione dell’inflazione.

Quando lei, anni fa, espresse queste convinzioni, non suscitò commenti favorevoli a sinistra. Si temeva che, se avesse assunto il comando della Fiat, quelle posizioni avrebbero finito per danneggiare l’azienda. L’idea di trasformare Mirafiori in una fabbrica di fiori non aveva suscitato entusiasmo tra i dipendenti.
Ricordo quelle reazioni e le capisco. Ma non dobbiamo dimenticare che lo sfruttamento dell’uomo sulla natura è la premessa per lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. E con il problema del modello di sviluppo un governo serio, tanto più se rafforzato da una riforma istituzionale seria, deve misurarsi. Non è certo un argomento che deve affrontare un’industria di automobili, il cui compito è invece quello di produrre e di dare da vivere a migliaia di famiglie. Ma il denaro deve essere uno strumento, non un fine. Uno stato deve chiedersi dove si va a finire seguendo, come unica logica, la massimizzazione del profitto.

Un altro aspetto che colpì sfavorevolmente l’opinione pubblica furono certe sue traversie private.
Guardi, io non ho mai pensato di fare il manager, di occuparmi in prima persona dell’azienda. Se mi avessero chiesto di entrare nel consiglio di amministrazione della Fiat, avrei risposto di no, che non sono adatto. Alcuni, nella mia famiglia, hanno preso fischi per fiaschi temendo chissà quale mio protagonismo. Ricordo che una volta fecero intervenire addirittura il ministero degli Esteri, allora retto da mia zia Susanna, per impedirmi di incontrare alcuni esponenti del governo pachistano. Ho letto in questo senso anche l’intervista al settimanale francese con la quale mio padre e mio zio candidarono mio cugino Giovanni Alberto alla successione in Fiat. In quella occasione chiesi a mio zio Umberto: «Che bisogno c’era di anticipare i tempi in questo modo?». A quell’epoca mio cugino era un ragazzo non ancora trentenne.

Al suo posto, pochi giorni dopo il funerale, è stato nominato, nel consiglio di amministrazione della Fiat, John Elkann, che di anni ne ha ventidue.
Considero quella scelta uno sbaglio e una caduta di stile, decisa da una parte della mia famiglia, nonostante e contro le perplessità di mio padre, che infatti all’inizio non voleva dare il suo assenso. Non si nomina un ragazzo pochi giorni dopo la morte di Giovanni Alberto, per riempire un posto. Se quel posto fosse rimasto vacante per qualche mese, almeno il tempo del lutto, non sarebbe successo niente. Invece si è preferito farsi prendere dalla smania con un gesto che io considero offensivo anche per la memoria di mio cugino.

Un giudizio molto duro. Formulato da lei potrebbe far pensare a una volontà di rivincita per non essere stato chiamato a ricoprire quell’incarico.
Ripeto che non ho alcuna intenzione di candidarmi. Ma, se fosse dipeso da me, non avrei operato quella sostituzione in tempi così stretti, né avrei fatto quella scelta. Una scelta negativa per la Fiat e per lo stesso ragazzo, un ragazzo in gamba che rischia di venire sacrificato in un gioco più grande di lui. Io ho grande rispetto per la Fiat e per i suoi manager, che sono molto bravi. Ma come si giustifica, di fronte a un’assemblea di azionisti, la presenza in consiglio di un ragazzo di ventidue anni? Quali consigli può dare sulle strategie aziendali?

Eppure suo padre ha ricordato di essere entrato alla stessa età in consiglio di amministrazione.
Ma erano altri tempi e c’era un altro spirito, lo spirito di mio bisnonno, il fondatore della Fiat. Oggi invece una parte della mia famiglia si è fatta prendere da una logica barocca e decadente. Senza offesa per nessuno, siamo vicini al gesto di Caligola che nominò senatore il suo cavallo. La Fiat è un’azienda seria, non un club per ventenni. E poi quella designazione fa male al ragazzo. Se lei avesse un figlio di vent’anni lo metterebbe in una situazione del genere? Un posto in consiglio di amministrazione deve essere il coronamento di una vita in azienda, non può essere dato così.

La nomina di John Elkann è stata interpretata come un gesto simbolico, la volontà della sua famiglia di non limitarsi a incassare i dividendi ma di continuare a contare nella Fiat. E come il tentativo di sganciare l’azienda dall’asse tra Cuccia e i manager guidati da Romiti, un asse che molti identificano con i poteri forti del capitalismo della prima repubblica. A quell’asse la sua famiglia starebbe contrapponendo l’alleanza con la banca San Paolo, come alternativa a Mediobanca. E molti vedono in quest’ultima alleanza un segno della modernità del capitalismo italiano. Anche suo cugino Giovanni Alberto sembrava muoversi in questa direzione quando dichiarava che di Mediobanca ce ne vorrebbero cinque.
Ci andrei cauto a definire Cuccia un uomo della prima repubblica. Non mi risulta che avesse particolari rapporti né con Andreotti, né con Craxi. Molto più legati alla prima repubblica mi sembrano personaggi come De Mita e le persone a lui vicine che sembrano riprendere peso in questi mesi. Io sono fermamente convinto che l’asse Mediobanca-Cuccia-Romiti abbia fatto bene alla vita della Fiat. E in questo gruppo ci metto anche mio padre, l’Avvocato. Quell’alleanza ha consentito all’azienda di avere ottimi direttori come Romiti, Cantarella e Testore. Gente in gamba che ritengo sarà in grado di fare bene anche in futuro. Loro sono meno convinti di me della opportunità di una grande alleanza internazionale per la Fiat. Ma si tratta di differenze di posizione comprensibili. Quanto a mio cugino, Giovanni Alberto, quando rilasciò quell’intervista, io lo misi in guardia dai rischi di farsi strumentalizzare da altri.

Resta incerto il futuro dei rapporti tra la sua famiglia e la Fiat. Qual è il suo parere?
Credo che sia necessario riprendere lo spirito del fondatore e lasciar perdere le scelte confuse e decadenti di una parte dei miei parenti. Credo che, se si riuscirà a tornare all’ispirazione del bisnonno, tutte le polemiche di queste settimane si risolveranno nella classica tempesta in un bicchier d’acqua.

Ma lei ha in mente nomi diversi da quello di John Elkann per rappresentare la famiglia nel consiglio d’amministrazione della Fiat?
Qualche idea ce l’ho, ma al momento mi sembra prematuro parlarne.


Una foto di famiglia (girella/lapresse archivio storico).

IL SILENZIO DEGLI AGNELLI

A distanza di ventidue mesi da questa intervista, Edoardo Agnelli muore suicida a quarantasei anni, dopo essersi lanciato nel vuoto dal viadotto intitolato al generale dei carabinieri Franco Romano, suo amico personale, precipitato a bordo dell’elicottero su cui viaggiava nel dicembre del 1998.
È la mattina del 15 novembre 2000. Edoardo, uscito di casa di buon’ora a bordo della sua Fiat Croma e senza essere seguito dalla scorta, un minuto prima delle 9.00 imbocca l’autostrada Savona-Torino e accosta l’auto al chilometro 44 e 800, nei pressi di Fossano, lasciando il motore e i lampeggianti accesi. Sceso dall’auto, si avvicina alla barriera jersey munita di guardrail, la scavalca e precipita per settantatré metri.
A notare la Croma abbandonata e a dare l’allarme è un addetto al traffico dell’autostrada, Carlo Franchini, che transita di lì intorno alle 10.20 di quel mattino. E la conferma che il corpo adagiato in corrispondenza del trentacinquesimo pilone del viadotto è quello di Edoardo arriva venti minuti dopo, quando gli agenti di polizia accorsi sul posto trovano all’interno dell’abitacolo, nel cruscotto, la sua patente di guida.
In tarda mattinata Gianni Agnelli viene messo al corrente della tragedia dal questore di Torino, Nicola Cavaliere, e dallo stesso accompagnato sul luogo del ritrovamento del cadavere, lungo una strada sterrata che costeggia le acque dello Stura di Demonte.

La Fiat Croma di Edoardo Agnelli rinvenuta in autostrada nei pressi di Fossano. Foto: Lapresse/D’Angelo.

Per molti, la morte di Edoardo Agnelli è da annoverare tra i grandi misteri d’Italia. E a corroborarlo sarebbe, tra le altre cose, il silenzio, della famiglia e dell’azienda, che da quel lontano 2000 si posa su ogni 15 novembre. Come se la più potente dinastia italiana, tranne rare eccezioni, cercasse in tutti i modi di cancellare dal proprio album un corpo estraneo, anche dopo che di quel corpo è rimasta solo la memoria.
Tuttavia, secondo un collaudato schema valido per tutti i grandi misteri d’Italia, ai dietrologi si contrappongono sempre i normalizzatori, ovvero quanti sostengono che dietro un presunto mistero non si celi alcuna ombra, alcuna contraddizione. Una dialettica che nella storia repubblicana si è ripetuta centinaia di volte e che a me fa sempre venire voglia di estrarre dal cassetto il rasoio di Occam — a parità di fattori la spiegazione più semplice è da preferire. Allo stesso tempo, tuttavia, mi rendo conto che praticare un po’ di dietrologia fa sempre bene, se non altro a fini divulgativi e per allenare un po’ il cervello. Anche per ricostruire la morte di Edoardo Agnelli, dunque, è bene far giocare entrambe le parti, partendo dal possibile movente che avrebbe indotto qualcuno a liberarsi del primogenito dell’Avvocato.


DICEMBRE È IL MESE PIÙ CALDO DELL’ANNO

Quando Edoardo Agnelli concede un’intervista dai toni duri e polemici alla testata più lontana dal mondo al quale appartiene, sa benissimo che la strada verso il posto di comando della Fiat gli è stata interdetta già da molti anni. Per la precisione undici, ossia da quando il padre Gianni ha blindato il controllo dell’azienda costituendo la società semplice Dicembre, nella quale confluiscono le partecipazioni della famiglia.
La Dicembre è perciò «la cassaforte privata di Gianni Agnelli, la società in cima alla piramide», come la definisce il giornalista Gigi Moncalvo, autore di una dettagliatissima inchiesta in undici puntate che è un punto di partenza irrinunciabile per chiunque voglia capire le origini della furiosa guerra che da almeno quindici anni sta logorando dall’interno la dinastia Agnelli.
È a quella società che si deve guardare, secondo chi mette in dubbio la ricostruzione ufficiale della morte di Edoardo, per comprendere le ragioni per cui sarebbe stato suicidato. Un mese prima della sua morte, infatti, a Edoardo era stato chiesto di firmare un documento con il quale avrebbe rinunciato a tutti i diritti ereditari che gli avrebbero consentito, se avesse voluto, di controllare l’assetto societario della Fiat, in cambio di una consistente “contropartita/liquidazione” in beni mobili e immobili. Edoardo, tuttavia, aveva rifiutato di firmare, sospettando (come racconta il cugino Lupo Rattazzi, figlio di Susanna Agnelli) una trappola e manifestando così, forse, l’intenzione di mettersi davvero a capo, un giorno, dell’impero di famiglia. Come d’altronde aveva già confessato in un’intervista ai settimanali Espresso e Panorama del novembre 1986, rilasciata dopo aver partecipato alla marcia per la pace di Assisi:

Se mi occuperò direttamente della gestione aziendale, questo ancora non lo so. La mia attenzione riguarda anche altri soggetti e problemi: la religione, la filosofia, i valori fondamentali sui quali basare il nostro modo di vivere se vogliamo un mondo positivo. Non basta più produrre bene automobili. Ma non per questo sarebbe opportuno da parte mia uno scollamento con l’azienda. Perché, se questo accade, potrebbero entrarvi altre persone; e mentre uno si occupa di altri valori, c’è il rischio di far cancellare tutto. Quindi intendo mantenere la mia possibilità di controllo in modo che non avvengano prevaricazioni. […] Ecco non vorrei che avendomi visto portare attenzione su altre questioni e altri valori, si potesse pensare che io non sia in grado di seguire le mie responsabilità quasi fossi incapace di intendere e di volere. Questo sarebbe molto pericoloso, per il rischio di prevaricazioni. […] Mio padre ha una grossissima responsabilità di fronte alla sua coscienza e lo sa benissimo. E, io credo, si è comportato benissimo fino ad oggi. Ma se non imposta la propria successione in maniera corretta, anche lui dovrà rispondere delle sue azioni e dare le sue spiegazioni davanti a Dio. Questo se lo deve mettere in testa.


Edoardo e, seminascosto, suo cugino Giovanni Agnelli.

DIETROLOGI ↔ NORMALIZZATORI

Se il presunto movente di un ipotetico omicidio di Edoardo Agnelli è piuttosto lineare e, alla luce di quanto sarebbe successo pochi anni dopo la sua morte, anche plausibile, la dialettica che oppone dietrologi e normalizzatori diventa sempre più ingarbugliata a mano a mano che si confronta con ciò che risultò dalle indagini condotte dal procuratore di Mondovì, Riccardo Bausone.
A tal punto che l’unico modo (semplice ed efficace) per fare un po’ di chiarezza potrebbe consistere nell’elencare ciascuna delle apparenti incongruenze sollevate dai dietrologi e confrontarle (↔) al tentativo di spiegazione proposto dai normalizzatori. Muovendo, tuttavia, da un dato di fatto incontestabile: il fascicolo aperto dalla procura sulla morte di Edoardo Agnelli è stato chiuso dopo (soli?) 10 giorni, durante i quali è emerso che:

  • Alla morte di Edoardo Agnelli non ha assistito nessuno. Non ci sono testimoni, nonostante il presunto gesto sia avvenuto su un rettilineo di autostrada lungo sei chilometri e particolarmente frequentato da viaggiatori su quattro ruote ↔ non in quel periodo dell’anno, tuttavia, e non in quella fascia oraria, quando, secondo Società autostrade, transitano poche centinaia di veicoli all’ora ed è perciò lecito ipotizzare che quel giorno Edoardo abbia potuto agire inosservato;
  • Il cadavere della vittima è intatto, quasi privo di «lesività esterne»; la cassa toracica non presenta segni di sfondamento ↔ non è proprio così: il corpo prono, affondato nel terreno molle; la grossa lesione che interessa buona parte dell’emicranio sinistro; la lesione scheletrica che comprende spalla, braccio, bacino e femore sinistro; il sangue rinvenuto sotto il corpo, una volta girato in posizione supina, fuoriuscito dal cavo orale e perciò compatibile con un forte trauma toracico: tutti questi elementi farebbero pensare, al contrario, a una «precipitazione» da grandi altezze;
  • Edoardo, sotto la camicia e i pantaloni, indossava giacca e pantaloni del pigiama: perché? chi o cosa può averlo indotto a uscire di casa in fretta e furia? Inoltre, mocassini, bretelle e occhiali indossati dalla vittima al momento del lancio erano ancora al loro posto, nonostante i 73 metri di volo ↔ particolare apparentemente strano, è vero, eppure del tutto plausibile se il corpo che precipita, come nello specifico, non ha incontrato ostacoli durante la caduta (ben diverso è ciò che si riscontra, per esempio, negli incidenti di montagna, quando la vittima, durante la caduta, ha presumibilmente urtato contro rocce e vegetazione);
  • Edoardo, all’epoca claudicante — per camminare si serviva di un bastone, quel giorno lasciato all’interno della Croma — e sovrappeso, si sarebbe arrampicato sulla struttura di protezione del viadotto (alta poco più di un metro e mezzo) per scavalcarla e gettarsi nel vuoto ↔ non un’ipotesi irrealistica, dato che un ostacolo di 150 centimetri può essere agevolmente superato anche da chi non gode di una forma smagliante, soprattutto se quella persona è alta quasi due metri e se ad aiutarla c’è un’automobile parcheggiata accanto alla struttura da scavalcare;
  • L’ora del decesso è stata indicata intorno alle 10.20 del mattino, ma un testimone oculare — il pastore Luigi Asteggiano che porta le proprie bestie a pascolare in quella zona — ha dichiarato di aver visto il corpo esamine poco dopo le 8 ↔ orario che però sembra incompatibile sia con le testimonianze di coloro che parlano al telefono con Edoardo durante quell’ultimo viaggio sulla Croma, sia con l’orario d’ingresso della stessa in autostrada registrato dal telepass.

Fin qui dietrologi e normalizzatori si sono affrontati ad armi pari, ribattendo colpo su colpo alle deduzioni della controparte.
Di seguito, invece, ciascuna fazione solleverà dei punti a cui l’altra non saprà rispondere.
Parola, per cominciare, ai dietrologi:

  • Sul cadavere di Edoardo non sarà mai svolta un’autopsia (a dichiararlo è il responsabile dell’obitorio di Fossano intervistato dal Tg regionale già nel pomeriggio del 15 novembre) e, nonostante le dichiarazioni iniziali, il procuratore di Mondovì prenderà in considerazione solo l’ipotesi della «precipitazione»;
  • Non vengono acquisiti i filmati dell’impianto di videosorveglianza esterno a Villa Sole, la residenza di Edoardo sita a Torino, in Strada delle Vigne di San Vito; né vengono esaminati i due pc e i quattro apparecchi telefonici della sua casa perché, sostiene la Digos, «non conoscevamo le password»;
  • L’esame dattiloscopico della polizia scientifica non rileva impronte di alcun tipo all’interno della Croma, come se l’auto fosse stata in qualche modo ripulita da persone con una certa competenza in materia. Inoltre, il referto del medico legale contiene dati palesemente errati: Edoardo non è alto 175 centimetri, bensì 190; né pesa 80 chili, bensì, in quel periodo, quasi 120.

Anche i normalizzatori, tuttavia, sollevano due punti a cui nessun dietrologo è stato in grado di fornire una spiegazione:

  • L’esame del telepass a bordo della Croma rivela che nei tre giorni che hanno preceduto il 15 novembre l’auto di Edoardo Agnelli ha compiuto lo stesso tragitto; prova regina, secondo la procura, del fatto che Edoardo avrebbe effettuato un sopralluogo del punto ideale in cui fermarsi per compiere il gesto estremo;
  • La posizione del cadavere ai piedi del viadotto sembra perfettamente coerente con l’ortogonale del punto di lancio. Di un lancio autonomo, non provocato. Né, data la posizione del cadavere e il sangue ritrovato sotto il corpo, è ipotizzabile che sia stato portato lì in un secondo momento.

Al di là delle incongruenze — comunque affascinanti e per certi versi sì, quantomeno strane — riscontrabili nella morte di Edoardo Agnelli, quel che più conta è capire quanto questa vicenda lontana più di vent’anni sia ancora attuale. E quale sia il suo peso nella guerra civile che dal 2007 sta logorando dall’interno la dinastia Agnelli, squassata dal conflitto che contrappone da un lato la sorella di Edoardo, Margherita, e dall’altro i tre figli avuti dal primo marito (e, fino a quando è stata in vita, sua madre, Marella Caracciolo).
Perché che sia stata provocata/indotta o meno, non c’è ombra di dubbio che la scomparsa di Edoardo abbia facilitato il disegno di quanti, dentro la Fiat, alla morte dell’Avvocato hanno favorito l’ascesa di John Elkann. Con Edoardo ancora in vita, secondo quanto da lui stesso dichiarato, qualsiasi tentativo di ignorare la volontà dei due figli di Gianni Agnelli, gli unici eredi legittimi, sarebbe fallito e chissà quale sarebbe, oggi, l’assetto societario dell’impero Agnelli-Elkann.


LA GUERRA DEGLI AGNELLI


Avvertenza: quella che segue è una sintesi, spero il più possibile fedele, della contesa giudiziaria che dal 2007 lacera la famiglia Agnelli-Elkann, basata sulle già citate undici puntate della trasmissione Agnelli segreti del giornalista Gigi Moncalvo (da vedere, è consigliabile, nella sua interezza).


Nell’estate del 2007, quattro anni dopo la morte di Gianni Agnelli (24 gennaio 2003), il Wall Street Journal riporta che sua figlia Margherita — sorella del defunto Edoardo — si è rivolta al tribunale civile di Torino per intentare causa contro gli amministratori del patrimonio del padre e obbligarli così a darne conto (le numerose richieste in tal senso sono fino a quel momento cadute nel vuoto). Le tre persone citate in giudizio sono state, non ha caso, gli uomini di maggior fiducia di Gianni Agnelli sul piano manageriale e legale: l’avvocato Franzo Grande Stevens (classe 1928), presidente onorario della Juventus, storico braccio destro dell’Avvocato e da questi nominato suo esecutore testamentario; Gianluigi Gabetti, il consigliere ombra di Gianni Agnelli, morto il 14 maggio 2019; e il finanziere svizzero Siegfried Maron, a capo del family office di Zurigo, ovvero colui che gestisce il patrimonio estero dell’Avvocato.
Perché questo atto così dirompente da parte di Margherita? Cos’è successo nei quattro anni che separano la morte di Gianni Agnelli dalla visita in procura della figlia?
È successo che quest’ultima ha maturato la convinzione di essere stata defraudata dei suoi legittimi diritti ereditari in seguito a un’alleanza fra i suoi tre figli Elkann (John, Lapo e Ginevra), sua madre (Mirella, deceduta il 23 febbraio 2019) e le tre eminenze grigie dell’universo Fiat.
I prodromi della contesa risalgono al marzo 2003, quando, appena un mese dopo la morte di Gianni Agnelli, nello studio del notaio Morone viene aperto il suo testamento, che Margherita rifiuta di sottoscrivere perché palesemente monco. Nelle due paginette che lo compongono, infatti, compaiono indicazioni relative al solo patrimonio immobiliare “italiano” dell’Avvocato, mentre nulla viene detto a proposito dei suoi beni (mobili e immobili) residenti all’estero né, soprattutto, a proposito della già citata società semplice Dicembre, a cui tutto si riconduce. Ed è proprio intorno al nuovo assetto societario della Dicembre che si consuma lo strappo, la grande spaccatura in seguito alla quale Margherita verrà estromessa da tutti i giochi.
Fino alla morte di Gianni Agnelli, infatti, la Dicembre è controllata interamente dall’Avvocato (attraverso il 25% di azioni proprie e l’usufrutto del restante 75% ripartito tra Marella, Margherita e John). Secondo la legge italiana, alla morte del marito-padre-nonno, Marella, Margherita e John avrebbero dovuto rientrare nella piena proprietà del loro 25%, mentre il restante quarto in mano al defunto avrebbe dovuto essere diviso in parti uguali tra le uniche due eredi legittime: consorte e figlia. All’apertura del testamento, tuttavia, il quarto vacante viene diviso non in due, bensì in tre parti, includendo anche John Elkann (nonostante quest’ultimo non sia indicato come erede). A sancirlo è un documento, la cosiddetta “lettera di Monaco”, datato 17 luglio 1996, nel quale Gianni Agnelli (poco prima di entrare in sala operatoria per un complicato intervento al cuore) dettava le sue ultime volontà, che però non sono mai state allegate al testamento aperto dal notaio Morone.
Contestualmente alla comparsa di questa lettera, Marella Caracciolo annunciava un altro colpo di scena, ovvero la sua volontà di donare al nipote John, all’insaputa della figlia Margherita, il 25% delle sue azioni della Dicembre, consentendo così al nipote di diventare il primo azionista, nonché controllore, della società con il 58,7% delle azioni.
Di fronte a questo golpe Margherita comprende che la famiglia è lacerata in due fazioni, inevitabilmente destinate a entrare in collisione: da un lato suo figlio John, sua madre Marella, e il cerchio magico del padre defunto; dall’altro lei, da sola. Ha così ufficialmente inizio quella guerra civile che, tra il novembre del 2009 e il marzo del 2010, porterà per tre volte Margherita di fronte ai sostituti procuratori di Milano per ricostruire quanto accaduto (sei anni prima) nello studio del notaio Morone. Al centro di questa azione legale c’è, oltre al patrimonio immobile sul suolo italiano e le azioni della Dicembre, anche il patrimonio finanziario di Gianni Agnelli, che viene rivelato a Margherita solo dopo il suo rifiuto di controfirmare il testamento paterno. Patrimonio che, secondo il rapporto del commercialista Ferrero, tra liquidità, azioni e titoli ammonta a 216 milioni di euro (cifra relativamente modesta per uno degli uomini più ricchi e potenti d’Italia).
Margherita tuttavia, ormai consapevole di essere stata raggirata e tenuta all’oscuro di importanti manovre, incarica uno studio di avvocati di Ginevra di mettersi alla caccia anche del tesoro “estero” del padre, riconducibile a una fondazione denominata Alkyone, con sede a Vaduz, capitale del Liechtenstein, al cui interno, si scoprirà nel tempo, si articolano e ramificano asset per un valore stimabile intorno ai 583 milioni di dollari.


«UN PANDEMONIO DI ILLLEGALITÀ»

Margherita viene a conoscenza di questa valutazione dopo aver ricevuto la visita, nel marzo del 2003 a Ginevra, di Siegfried Sigi Maron, che le consegna i documenti della fondazione. La donna scopre così non solo che la madre Marella detiene le chiavi della Alkyone, ma anche che alla morte di quest’ultima a lei, Margherita, andrà solo la metà di quel patrimonio, mentre la restante metà verrà suddivisa fra i tre figli avuti da Alain Elkann (John, Lapo e Ginevra), mentre nulla spetterà ai cinque avuti dall’attuale marito, il nobile francese di origini russe Serge De Pahlen (dipendente del gruppo e prontamente licenziato da John Elkann nel 2005). Inoltre, dallo statuto della Alkyone emerge che i tre protectors della fondazione – Grande Stevens, Gabetti e Maron – ne esercitano il pieno controllo, ben superiore a quello rivendicabile dai legittimi beneficiari.
Per spiegare come sia stato possibile che Gianni Agnelli abbia avallato condizioni così penalizzanti nei confronti dei suoi familiari, Moncalvo avanza l’ipotesi che l’Avvocato abbia voluto “proteggere” i suoi cari da una fondazione che produce dividendi in modi e attraverso asset che «non si possono dire». Un invito, di fatto, ad accontentarsi di incassare i dividendi senza sapere né poter chiedere niente, perché in caso contrario gli eredi avrebbero potuto essere coinvolti in eventuali, future e dirompenti inchieste giudiziarie (a tal proposito appaiono indicative le parole rivolte da John Elkann all’ormai ex avvocato della madre, Emanuele Gamna, riportate nell’atto conclusivo dei magistrati di Milano che conducono le indagini dopo la denuncia di Margherita: «Non vi daremo mai quelle società e i loro conti perché voi non dovete vedere le operazioni che vi sono passate»).
La scoperta progressiva di questo «pandemonio di illegalità», come lei stessa lo definisce in una iratissima lettera indirizzata ai suoi (ex) avvocati — colpevoli, a suo parere, di fare il doppio gioco con la controparte e di volerla convincere a firmare un accordo-capestro per lasciare le cose come stanno in cambio di una consistente buonuscita —, convince Margherita a resistere nella ferma volontà di andare fino in fondo, contro ogni ipotesi di transazione economica a suo favore per mettere fine alla vicenda.
Tuttavia, dopo un incontro con la controparte, fissato il 23 ottobre 2003, che avrebbe dovuto essere risolutivo e che invece certifica come il conflitto si sia ormai trasformato in una guerra di trincea, Margherita, davanti a una situazione «troppo più grande di me», cede: accetta al buio la stima del patrimonio estero del padre e acconsente a fuoriuscire dalla Dicembre, in virtù di un accordo — firmato a Ginevra tra il febbraio e il marzo del 2004 «per guadagnare la pace, visto che mia madre non mi parlava più e nemmeno i miei figli mi parlavano più» — che le corrisponde una cifra pari a 1,2 miliardi di euro in cambio della rinuncia a tutti i suoi diritti ereditari. Un successo, diranno i suoi avvocati; una débâcle, ammetterà lei.


Tra poche settimane, il tribunale di Torino, nella persona della giudice Nicoletta Aloj, dovrebbe pronunciarsi sulla nuova azione legale avviata da Margherita Agnelli nel 2020, tesa a dimostrare che l’accordo da lei sottoscritto nel 2004 è nullo, poiché il diritto italiano non contempla la rinuncia a una futura successione. La pronuncia dovrà inoltre sciogliere un altro punto fondamentale della controversia: ovvero se Torino sia la giurisdizione appropriata per dirimere la questione dell’eredità di casa Agnelli, come sostengono i legali di Margherita e come invece contestano i suoi tre figli, che mirano a spostare il procedimento in Svizzera, dove nonna Marella aveva la residenza.
Se i giudici, italiani o svizzeri, riconoscessero definitivamente gli accordi del 2004, la questione sarebbe probabilmente chiusa una volta per tutte. Al contrario, eventuali pronunciamenti del tribunale di Torino favorevoli a Margherita Agnelli potrebbero avere effetti dirompenti sull’attuale assetto societario della Dicembre, con tutto quello che ne potrebbe derivare per l’intero gruppo FCA.


C’È QUALCOSA CHE NON VA

«Sono d’accordo con gli orientali quando dicono che essere andati sulla luna non significa niente.»
Edoardo Agnelli, colloquio informale con Pino Scaccia


Mentre cercavo di riemergere da questo verminaio, mi sono imbattuto in una foto molto bella di Edoardo Agnelli, pubblicata a corredo di una sua intervista (o colloquio informale) con il giornalista Pino Scaccia, a Malindi, capitale del Kenya, nell’ottobre del 1990, un mese dopo essere stato trattenuto dalla polizia locale per quarantotto ore perché in possesso di 300 milligrammi di morfina.



Nella foto Edoardo è ritratto di tre quarti mentre cammina a petto nudo, con un asciugamano colorato intorno al collo e uno bianco avvolto in vita, in quello che sembra il giardino di una casa. Regge in mano un bastone di bambù – da cui non si separa mai, scrive Scaccia, come Linus dalla sua coperta – e del suo viso si intravede a malapena il profilo, e la barba.
La foto cattura un movimento: Edoardo che volge le spalle e si allontana dall’ambiente familiare in cui è cresciuto, perché ha altro da fare — altri interessi, altre priorità, altre urgenze. Tra le quali, per dirne una, contribuire a fermare la strage che sta decimando la sua generazione. Perché «ognuno ha le sue guerre. La guerra della mia generazione si chiama droga».
Lo aveva già spiegato nel corso di una disturbatissima intervista concessa a Radio Radicale appena una settimana dopo il suo arresto a Malindi:

Uno degli interessi della mia vita è un problema che riguarda tutta la mia generazione, il problema dell’abuso di sostanze stupefacenti. Chiamiamole droghe, legali o illegali. È un problema che mi preoccupa parecchio. In Italia oggi abbiamo 70 milioni di prescrizioni mediche per tranquillanti, valium, tavor… negli ultimi dieci anni abbiamo avuto un aumento del consumo di superalcolici e alcolici, e un aumento di droghe cosiddette legali. Questo quadro deve seriamente preoccuparci e farci riflettere sullo stato psichico presente oggi nel paese. Ossia, c’è qualcosa che non va.

A più di trent’anni di distanza, e col rasoio di Occam in mano, posso confermare che sì, caro Edoardo, c’è qualcosa che non va.


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