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14 marzo 1972 — È caduto un editore


«Io cerco di fare un’editoria che magari ha torto lì per lì, nella contingenza del momento storico,
ma che, quasi per scommessa, io ritengo abbia ragione nel senso della storia.»
Giangiacomo Feltrinelli, 1967


Oggi, ma cinquant’anni fa, un contadino al lavoro nelle campagne di Segrate notava il cadavere di un uomo ai piedi di un traliccio dell’alta tensione, e «una gamba a distansa di dieci metri». Chiamati sul posto, gli uomini delle forze dell’ordine rinvenivano sullo stesso pilone, assicurati con del nastro adesivo, 43 candelotti di dinamite. Tutto faceva pensare che a metterceli era stato proprio l’uomo che in quel momento giaceva esamine sul terreno duro e freddo, di cui si sarebbe conosciuta l’identità solo in serata (grazie a un’intuizione del commissario capo della questura di Milano Luigi Calabresi): si tratta dell’editore Giangiacomo Feltrinelli, alias Vincenzo Maggioni, membro fondatore dei Gruppi d’azione partigiana (Gap) con il nome di battaglia Osvaldo, da qualche mese irreperibile (alcuni dicono «in clandestinità»).
La notte precedente Feltrinelli, insieme a un compagno che nei giorni successivi registrerà una testimonianza orale dell’accaduto, aveva in progetto di far saltare quei tralicci e procurare così un blackout nella zona nord di Milano, ricalcando le azioni di sabotaggio dei gappisti originali, quelli dei Gruppi di azione patriottica della guerra partigiana, narrate in Senza tregua da Giovanni Pesce, il comandante Visone.
Nella notte tra il 13 e il 14 marzo 1972 cadeva, come avrebbe intitolato il settimanale Potere operaio, un rivoluzionario.


Il corpo di Giangiacomo Feltrinelli [da G. Bocca, Gli anni del terrorismo, Curcio editore 1988; © Publifoto]

Il volto coi i capelli tirati gli occhiali grossi le labbra
strette il volto nella foto sui giornali la foto sui giornali
quella mattina in prima pagina quella foto grigia di passaporto
di quelle fatte nelle macchinette lui con i capelli tirati
gli occhiali grossi le labbra strette subito mi sono detto
sono rimasto lì senza fiato ma questo è lui è lui davvero
è proprio lui e da qui poi parte tutta questa storia io leggo
subito l’articolo tragica fine di un sabotatore e mi ricordo
bene che allora ho pensato subito ma non è possibile
e da qui poi è cominciata tutta questa storia tutto quello
che è successo poi con questa storia tutto quello che ha
voluto dire questa storia per tutti quanti noi e così via

Nanni Balestrini, L’editore



Vent’anni fa due fattori, tra tanti, mi convinsero a frequentare un corso di formazione terminato il quale avrei iniziato a lavorare nel mondo dei libri.
Il primo fu la pubblicazione da parte di una piccola e neonata casa editrice romana, minimum fax, dell’opera omnia di Raymond Carver, autore che avevo iniziato a leggere ai tempi dell’università e che all’epoca mi piaceva molto. Quell’editore, avevo scoperto, era tra i docenti del corso, dettaglio che contribuì non poco alla decisione di frequentarlo.
Il secondo fattore fu la lettura di Senior Service, la biografia di Giangiacomo Feltrinelli scritta dal figlio Carlo (di cui è appena uscita una nuova edizione), che più di ogni altra cosa mi fece acquisire una certezza: pur non sapendo ancora cosa volesse dire, volevo lavorare in una casa editrice.
Di tutta la picaresca vita di Feltrinelli, infatti, a entusiasmarmi più di ogni altro dettaglio era stato il «romanzo nel romanzo» che aveva portato la casa editrice da lui appena fondata a pubblicare, prima al mondo, Il dottor Živago di Boris Pasternak, dopo una funambolica trattativa ricostruita da Carlo Feltrinelli attraverso l’epistolario tra il padre e il poeta russo, risalente al biennio 1956-1957. Nella storia dell’editoria non è certo una novità che la pubblicazione di un libro divenuto poi un classico sia stata preceduta da episodi e aneddoti fuori dal comune, e tra queste vicende quella che ha avuto per protagonisti Feltrinelli e Pasternak mi pare una tra le più appassionanti: per il contesto in cui è calata (la fase più dura e radicale della guerra fredda); per i protagonisti che la animano (un rampollo neoeditore e futuro rivoluzionario, e un poeta perseguitato in patria); e per l’oggetto della trattativa (un best seller mondiale che valse al suo autore il premio Nobel e da cui fu tratto un film memorabile).
Tuttavia, ho l’impressione che questa storia sia anche tra quelle meno rievocate dai cultori della materia, probabilmente — ma questa è solo un’altra impressione — perché allo stesso Feltrinelli, «ignorante come un tacco di frate, e ricco da far schifo» lo definì Luciano Bianciardi, non è mai stato riservato il posto che gli sarebbe spettato nel gotha dell’editoria italiana, forse proprio per via della strada imboccata nell’ultima parte della sua vita. E forse perché al riconoscimento di editore di razza è sempre stata preferita l’immagine caricaturale del miliardario sovversivo.
Eppure parliamo di un imprenditore della cultura che ebbe da subito un’intuizione, questa sì, rivoluzionaria: accorpare sotto un unico marchio l’intera filiera editoriale, che dalla redazione arriva alla libreria passando per la distribuzione e la promozione del libro. Un editore che nel 1959, ad appena quattro anni dalla fondazione della sua creatura, era stato in grado di mettere sotto contratto (tra gli altri) autori del calibro di Jorge Luis Borges, Saul Bellow, Friedrich Dürrenmatt, E.M. Forster, Doris Lessing, Karen Blixen e Max Frisch. Forse il primo editore italiano capace di imprimere al suo catalogo un’impronta così internazionale, titolare di un’impresa che, ha ricordato Valerio Riva (una delle persone necessarie e giuste di cui Feltrinelli seppe circondarsi), poteva essere definita italiana solo per via dell’indirizzo della sua sede legale: «Non credo sia mai successo a nessun altro editore di ricevere più manoscritti dall’estero che dall’Italia».


Feltrinelli con Maria Bellonci al XIII premio Strega, luglio 1959 [da Bocca, Gli anni del terrorismo, cit.; © Farabola]

Feltrinelli in corteo durante una manifestazione [Bocca, Gli anni del terrorismo, cit.; ; © Agenzia Italia]

Proprio per il debito di riconoscenza che sento di avere nei confronti dell’epistolario Feltrinelli-Pasternak, ne riporto di seguito una breve sintesi, tratta nella maniera più fedele possibile da Senior Service. Un carteggio reso difficoltoso dalla distanza (Milano-Peredelkino, località appena fuori Mosca dove il poeta soggiornava di frequente), dai tempi dilatati che alterano il sincronismo tra domande e risposte, dalla necessità di corrieri affidabili e dagli espedienti architettati per impedire il pericolo di intromissioni e depistaggi sempre in agguato (fin dalla prima lettera indirizzata a Pasternak, Feltrinelli infila nella busta che la contiene la metà di una banconota strappata in due, e consegna l’altra metà all’emissario incaricato di recapitarla al destinatario; dal canto suo Pasternak, timoroso delle pressioni di cui sarebbe stato oggetto, comunica al suo futuro editore (tramite un breve messaggio scritto su una cartine per sigarette) che avrebbe comunicato con lui solo in francese: «Se riceverete mai una lettera in un’altra lingua che non sia il francese, non dovrete in nessun modo eseguire ciò che vi sarà domandato – le sole lettere valide saranno quelle scritte in francese»). L’accortezza si rivelerà molto utile.



«In questi tempi, in cui i valori umani vengono dimenticati, in cui gli esseri umani sono ridotti a robot, in cui la maggior parte delle persone cerca solo di fuggire via da sé stessa, e di risolvere i problemi del proprio ego vivendo nello stress e mortificando ciò che resta della sensibilità umana, lo Živago è stato un insegnamento che non si potrà dimenticare.»
Lettera di Feltrinelli a Pasternak, settembre 1958


1955: la casa editrice Feltrinelli, fondata da pochi mesi sulle ceneri della Cooperativa del libro popolare, affida a Sergio D’Angelo, all’epoca direttore della libreria del Pci a Roma, l’incarico di talent scout letterario a Mosca, dove si è trasferito come redattore del partito per il programma di trasmissioni radiofoniche italo-sovietico. Dopo qualche mese, D’Angelo informa Feltrinelli che in Unione Sovietica sta per essere pubblicato uno «stupefacente romanzo» di un poeta russo di nome Boris Pasternak.
Breve nota tecnica (importante per comprendere i termini della questione): come D’Angelo spiega a Feltrinelli, «gli autori russi, dopo la prima pubblicazione in Unione Sovietica, non hanno la protezione del copyright. Iniziando la traduzione del manoscritto avrai la possibilità di pubblicare contemporaneamente all’editore sovietico e di assicurarti così il copyright per l’opera nell’Occidente». Feltrinelli punta esattamente a questo: a essere il primo editore del mondo a pubblicare il dotto Živago fuori dai confini sovietici, e a farlo entro trenta giorni dalla pubblicazione in patria, così da poter poi cederne i diritti di traduzione a qualsiasi editore straniero ne faccia richiesta.


Estate 1956: con il consenso di Pasternak, il manoscritto è consegnato a Feltrinelli (tramite D’Angelo, che lo ha ricevuto dalle mani del poeta ai primi di maggio). Lo slavista Pietro Zveteremich, a cui è affidata la prima lettura, conclude il suo giudizio editoriale con queste parole: «Non pubblicare un romanzo come questo costituisce un crimine contro la cultura».


13 giugno 1956: Giangiacomo Feltrinelli invia a Pasternak la prima di una lunga serie di lettere: «Caro signore, […] di nuovo vogliamo esprimerle tutta la nostra riconoscenza per aver voluto conferire alla nostra Casa Editrice la possibilità di pubblicare per la prima volta in Europa la storia del Dottor Živago, e di averci allo stesso tempo incaricati di organizzare la pubblicazione presso altri paesi, tramite la cessione dei diritti d’autore ad altri editori».
Nella stessa lettera l’editore illustra all’autore i termini contrattuali e allega la bozza di accordo.


30 giugno 1956: Pasternak risponde a Feltrinelli, accantonando ogni questione economica (non perché egli navighi nell’oro, tutt’altro, ma perché, consapevole delle difficoltà di introdurre valuta straniera in Unione Sovietica, chiede al suo prossimo editore di trattenere ciò che gli spetta in attesa di tempi migliori): «[…] Non è merito mio se le questioni di denaro sono per me inesistenti o del tutto secondarie. A ogni modo serbate Voi tutto quello che mi sarà dovuto, sotto la Vostra protezione, Ve lo affido senza riserve, e non facciamone più parola da oggi fino a quando verrò io in viaggio da Voi o solleverò io stesso questo argomento». Il poeta aggiunge: «Particolarmente grande è la mia gioia per il fatto che il romanzo uscirà e verrà letto nel Vostro paese. Se la sua pubblicazione qui, promessa da parecchie delle nostre riviste, dovesse subire ritardo e la Vostra la anticiperà, mi troverò in una situazione di tragico imbarazzo. Ma la cosa non Vi riguarda».
Pasternak è molto scettico sulla possibilità che il suo primo romanzo venga pubblicato in patria, è da un anno che attende una risposta dalla rivista Novij Mir (la stessa che trentadue anni dopo pubblicherà il romanzo per la prima volta in Russia), a cui lo ha consegnato, ed è consapevole di quanto poco sia gradita agli apparati una storia d’amore «ideologicamente inaccettabile, ambientata com’è durante la guerra civile tra Bianchi e Rossi a seguito della Rivoluzione d’Ottobre e per nulla indulgente verso la fazione vincitrice e il regime che ne è seguito.


24 agosto 1956: un documento “segretissimo” spedito dal generale Ivan Serov, presidente del Kgb, al Comitato centrale del Partito comunista dell’Unione Sovietica (Pcus) dimostra che i sovietici sono già al corrente della trattiva tra l’editore italiano (vicino al Partito comunista del suo paese, ma su posizione via via sempre più critiche) e il poeta in odore di dissidenza, della cui opera sono tratti tipici «l’allontanamento dalla realtà sovietica e la celebrazione dell’individualismo».
Tuttavia, anziché censurare apertamente il dialogo, i bolscevichi prendono tempo e ricorrono all’inganno, facendo credere a Pasternak, per bocca di Aleksej Surkov, segretario dell’Unione degli scrittori sovietici, che il suo romanzo verrà pubblicato in patria dalle Edizioni di Stato, previo qualche taglio e la revisione completa dell’opera.
Contemporaneamente, i sovietici cercano di fare pressione su Feltrinelli affinché rinunci a pubblicare la traduzione italiana del romanzo e ne restituisca la copia al suo autore, facendo leva sui dirigenti del Pci (da cui l’editore, peraltro, si allontana sempre più; a maggior ragione dopo la pubblicazione di una sua lettera, in ottobre, di condanna per l’invasione e la repressione sovietica in Ungheria).


6 febbraio 1957: a distanza di molti mesi dall’ultima, con una nuova lettera Pasternak informa Feltrinelli delle novità: «Le nostre Edizioni di Stato fanno pressione su di me perché io vi mandi un telegramma pregandovi di sospendere la pubblicazione italiana del mio romanzo fino a quando non sarà uscita la versione modificata presso le Edizioni. Vi proporrei un termine limite di rinvio, di sei mesi, ad esempio. Concedete questa dilazione, se non è contraria ai vostri piani, e telegrafate una risposta non a me, bensì all’indirizzo delle edizioni».
Contemporaneamente, Pasternak chiede a Feltrinelli garanzie che la traduzione italiana faccia riferimento alla versione originale del romanzo, non a quella che risulterà dalla revisione impostagli dal regime: «La tristezza che mi causa, naturalmente, l’imminente alterazione del mio testo sarebbe ben più grave qualora io sapessi che voi intendete farvi riferimento per la traduzione italiana, a dispetto del mio persistente desiderio che la vostra edizione sia strettamente fedele al manoscritto».
A conferma di quanto scritto, il 14 febbraio Pasternak invia il telegramma citato — «prego ritenere la pubblicazione italiana del romanzo il dottor zivago durante un anno e mezzo fin lo primo settembre 1957 e l’uscita del romanzo nel edizione sovietica» — a cui Feltrinelli risponde oltre un mese dopo, il 22 marzo, compiacendosi per la notizia della prossima pubblicazione del Dottor Živago in Urss.


Feltrinelli e Inge

Il 10 giugno Feltrinelli, ligio alle istruzioni ricevute, scrive alle Edizioni di Stato per informarli dei suoi piani. Lo fa articolando un vero e proprio giudizio editoriale sul libro («un romanzo di notevole valore letterario, il cui autore si colloca al livello dei grandi scrittori russi del XIX secolo. A nostro parere la prosa di Pasternak ricorda quella di Puskin), poi mediante una sorta di excusatio non petita che suona un po’ come un passo falso («Le considerazioni del protagonista e dei vari personaggi del romanzo sul loro destino personale e su quello del paese di collocano a un livello così alto da superare i confini dell’attualità politica contingente, e questo al di là del fatto che il lettore condivida o meno i loro giudizi politici. Si tratta di un aspetto dell’opera che potrebbe dar luogo a qualche controversia. Mi sembra tuttavia che il peso che nel libro assumono queste riflessioni è irrilevante e del reso, dopo il XX congresso, la divulgazione di alcuni fatti non riesce più né a stupirci né a turbarci»).
Dieci giorni dopo, Pasternak, ricoverato in un sanatorio a Mosca, scrive a Feltrinelli ribadendo il suo desiderio che la traduzione italiana (e le altre che seguiranno negli altri paesi) rimanga fedele alla versione originale dello Živago, e dicendosi oramai rassegnato al fatto che «da noi il romanzo non uscirà mai. I guai e le sventure che forse mi attendono anche solo nel caso della pubblicazione all’estero, senza cioè un’analoga pubblicazione in Unione Sovietica, sono faccende che non ci devono riguardare, né a me, né a voi. Quello che ci preme è che l’opera veda quantomeno la luce, e non negatemi il vostro aiuto».


Nel corso dell’estate, le pressioni prima e le minacce poi da parte dell’apparato nei confronti del poeta, malato e debole, si fanno si fanno sempre più umilianti, tanto che Pasternak, consapevole di cosa potrebbe accadere, invia a Feltrinelli un messaggio in cui gli chiede di procedere con la pubblicazione del romanzo in Italia e in Europa indipendentemente dalla pubblicazione a Mosca, e di non prendere in considerazioni altre istruzioni che l’autore fosse stato successivamente costretto a trasmettergli.
Il poeta sa che potrebbe trovarsi nelle condizioni di cedere alle minacce, e perciò si tutela in anticipo avvisando il suo editore di non assecondare eventuali sue richieste estorte, come quella che gli uomini del partito strappano a Pasternak a fine agosto e che il poeta rivolge a Feltrinelli, sotto forma di lettera scritta in russo e inviata come telegramma: «Considero la copia in vostro possesso come la prima versione di un’opera futura che richiederà una profonda rielaborazione. Ritengo impossibile la pubblicazione del libro nell’attuale stesura. Sarebbe contrario alla mia regola di pubblicare opere solamente nella loro stesura definitiva. Vogliate per cortesia dare disposizioni perché mi sia restituita nei tempi più brevi, al mio indirizzo di Mosca, il manoscritto del mio romanzo Il dottor Živago che è indispensabile per il mio lavoro».
Se in Russia cresce la pressione del Pcus verso Pasternak, in Italia cresce quella del Pci verso Feltrinelli, convocato e “processato” dalla federazione milanese. Ma l’editore non si fa intimidire, rinfrancato nei suoi propositi da un messaggio di Pasternak che gli arriva tramite Zveteremich, il traduttore del romanzo: «P. non vede l’ora che il libro esca. Ciò benché minaccino di affamarlo e gli abbiano tolto lavori già commissionati».


La pressione del Pcus si fa talmente forte che a inizio ottobre Aleksej Surkov, tra i principali oppositori alla pubblicazione, si reca a Milano per parlare con Feltrinelli di persona e convincerlo a recedere dai suoi progetti. Nel corso dell’incontro «le urla echeggiano in tutto il piano», scrive Carlo Feltrinelli, e l’uomo di Mosca è costretto a tornare in patria senza aver ottenuto ciò che voleva.
Pochi giorni dopo, il 10 ottobre, Feltrinelli risponde con calcolato ritardo alla lettera “estorta” al poeta di fine agosto. L’editore continua la recita e con tono molto risentito comunica a Pasternak di non avere alcuna intenzione di recedere dalla pubblicazione del romanzo.


Due settimane più tardi Pasternak, che non ha ancora ricevuto la risposta di Feltrinelli, scrive una seconda “falsa” lettera, rimproverando l’editore di non aver ancora ottemperato ai suoi desideri: «Credo che qualsiasi editore rispettoso della letteratura e del proprio nome non possa sottrarsi alla richiesta di un autore che considera provvisorio il suo manoscritto e che per questo chiede che gli sia restituito. […] La correttezza fa obbligo di esaudire le richieste dell’autore».
Parole di fuoco estorte, a cui seguono quelle (autentiche) al miele contenute nella lettera che il poeta invia all’editore il 2 novembre: «Non trovo parole sufficienti per esprimervi la mi riconoscenza. L’avvenire ci ricompenserà, voi e me, per le vili umiliazioni patite. […] Ma noi avremo presto degli Živago italiani, degli Živago francesi e inglesi, tedeschi — e un giorno forse degli Živago geograficamente lontani, ma russi!».
Il tipo di lettera, chiosa Carlo Feltrinelli, «che ogni publisher vorrebbe ricevere almeno una volta nella vita».


Il 23 novembre 1957 Il dottor Živago esce nelle librerie italiane con una copertina di Albe Steiner e una tiratura di 12.000 copie (andata a ruba: seguiranno ristampe ogni due settimane). In inverno è in traduzione in Inghilterra, Francia, Germania e Stati Uniti.
«A Feltrinelli» scrive il figlio Carlo «lo Živago rimane nelle vene come la più esaltante delle droghe, come la più profonda delle esperienze umane. Ha avuto la prova che il suo mestiere può influire su questioni decisive».


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