L’epidemia di Kubin

Brano tratto da Fine, sesto e ultimo volume de La mia battaglia, di Karl Ove Knåusgard
(traduzione di Margherita Podestà Heir)

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Che le somiglianze tra la biografia di Hitler e quella di Kubin siano così tante ci spinge a chiederci se queste analogie nel loro background e nelle loro esperienze ne creino anche una a livello mentale, cioè, se i loro limiti e carenze, vissuti e preferenze, speranze e timori che dichiarano e interpretano come assolutamente unici sono soltanto variazioni di un tema comune, come intendeva Jünger, che hanno origine da un’epoca, un luogo e una classe. Questo non significa che fossero uguali come temperamento, talento o carattere, ma che i sentimenti che li attraversavano, ciò che trattenevano o esibivano, ciò che detestavano e da cui erano attratti si somigliava, o, addirittura, in alcuni casi particolari, era identico. In questo caso è allettante giocare con questo pensiero, visto che le immagini del giovane Kubin sono così piene dell’angoscia per le donne e per la morte, e presentano una notevole distanza dall’elemento umano che rappresentano: i corpi sono visti come corpi biologici, associati a qualcosa di abominevole o ripugnante, come se volesse esprimere direttamente quello che Hitler reprime o si sforza di evitare a tutti i costi.


Alfred Kubin (1877-1959)

Hitler voleva elevare il mondo, Kubin descriverlo com’è, cioè come lo vive, il che significa discendere negli inferi, come nel caso del disegno dove una donna corpulenta è in piedi, nuda, con entrambi le mani alzate, sta spargendo qualcosa, ha in sé qualcosa di grottesco, forse aspetta un figlio, intorno a lei ci sono teste mozzate, tutte maschili, alcune con la bocca aperta.



A. Kubin, Hippo (1920)

Un altro disegno rappresenta un enorme sesso femminile verso cui si getta un omino buttandosi da un ginocchio, che rispetto a lui è grande quanto una montagna. Ci sono disegni dell’inferno, verso cui si dirigono masse di individui, osservati da una distanza tale che è impossibile distinguerli, e anche disegni della morte sotto forma di uno scheletro enorme chino su una casa su cui sta svuotando qualcosa preso da un sacchetto, il quadro si intitola Epidemia.


A. Kubin, Epidemic (1900-01)