Isola di ferro

Le città di ferro arrugginiscono, si potrebbe considerarle fantasmi, se vi fermate a pensarci,
ma non dubitate, non moriranno, prenderanno solo nuove forme.
Anthony Cartwright, Iron Towns



Qualche giorno fa ho percorso i sentieri striati di roccia bruna, granata e turchese che dalla spiaggia dell’Innamorata conducono al parco minerario del Vallone, nel promontorio meridionale dell’Isola d’Elba, dove si concentrano i giacimenti di Capoliveri e del monte Calamita.






Un luogo viscerale e metallico, abitato solo da una macchia mediterranea via via sempre più rada e dagli impianti di lavorazione che un tempo, dal 1930 al 1981, estraevano ematite, magnetite, limonite e pirite, e che oggi, oramai dismessi, richiamano alla memoria i minacciosi profili di Indastria, l’avveniristica città tecno-industriale immaginata da Miyazaki in Conan, il ragazzo del futuro.








E mentre scendevo lungo il ripido sentiero che attraversa la miniera a cielo aperto e conduce al mare, pensavo ad altre reliquie siderurgiche, quelle narrate in Iron Towns, l’ultimo romanzo di Anthony Cartwright pubblicato in Italia:

Autunno nelle Iron Towns, color ruggine, un lento sgocciolio da un tubo incrinato. Il luogo si piega su sé stesso, si avvalla, le mura cedono lentamente e i tetti si imbarcano, una catastrofe al rallentatore, un colpo di stato al rallentatore. Fosse successo in una notte, invece che nell’arco di quarant’anni, le strade sarebbero piene di soldati, elicotteri lancerebbero pacchi di soccorsi lungo tutta la valle. Invece, silenzio dappertutto, muschio e ruggine crescono sui cancelli delle fabbriche.
C’è una lunga e lenta deriva verso il silenzio.
Un giorno, forse neanche tanto lontano, il mondo umano si sposterà altrove. Rimarranno solo pietre ricoperte di muschio, strane reliquie metalliche, tracce chimiche nel terreno. Nascerà il mito delle grandi città in rovina nella parte settentrionale e in quella orientale delle isole, come le dicerie sui grandi ragni, gli esploratori.


Condividi la tua opinione