Nessuno li volle, nessuno li vuole

Nei giorni in cui le isole sono destinate a esplodere, esce in libreria Gente di nessuno. Storia dell’Europa e dei suoi rifugiati (Luiss University Press, traduzione di Olga Amagliani, prefazione di Francesca Mannocchi): un’inchiesta cruda, a tratti spietata, di Linda Polman sulla «strategia europea nella lotta contro rifugiati, sfollati e migranti illegali a partire dal 1938».



Polman è una scrittrice e giornalista olandese che ha documentato in prima persona le missioni di peacekeeping in Somalia, Haiti e Ruanda, ricavandone diversi saggi, tra cui due pubblicati anche in Italia: L’industria della solidarietà. Aiuti umanitari nelle zone di guerra (Bruno Mondadori 2009) e Onu. Debolezze e contraddizioni di un’istituzione indispensabile per la pace (Sperling & Kupfer 2003).



Il punto di partenza di questo suo ultimo lavoro è il 1938, l’anno a cui risale la prima conferenza internazionale sulla crisi dei rifugiati in Europa, convocata da Roosevelt nella cittadina francese di Évian nel tentativo di risolvere  il problema degli ebrei residenti nella Germania nazista precipitato dopo l’Anschluss dell’Austria (11 marzo 1938).
Il verbale conclusivo di quella conferenza, scrive Polman, «potrebbe benissimo essere stato scritto ottant’anni dopo, al giorno d’oggi insomma. Il filo conduttore della riunione fu: non nel mio giardino».
E in effetti, le analogie tra i toni del dibattito in tema di migranti di allora e quelli dei nostri giorni sono impressionanti. A dimostrarlo bastano pochi passaggi tratti dal libro:


Quando sempre più ebrei iniziarono a tentare di fuggire dalla Germania, i Paesi vicini ritennero necessario rendere loro l’ingresso il più difficoltoso possibile. Le autorità si ostinavano a chiamare i rifugiati “migranti” o, a volte, “migranti involontari”. A quei tempi, erano i Paesi stessi a decidere che cos’era un “rifugiato”, e anche se i rifugiati avessero o meno dei diritti. I governi non volevano disturbare i nazisti e volevano evitare di creare un fattore di attrazione, poiché anche in Austria e in Europa orientale le aggressioni contro gli ebrei erano in aumento. Se si accettavano in modo troppo caloroso gli ebrei tedeschi, c’era il rischio che anche 200.000 ebrei austriaci, tre milioni di ebrei polacchi, 800.000 ebrei ungheresi e 300.000 ebrei rumeni si convincessero di essere bene accetti. L’Europa occidentale aveva già abbastanza problemi con i suoi alti tassi di disoccupazione.

Risultato:

Di tutti i Paesi che si erano riuniti a Evian, alla fine soltanto uno fu disposto ad aprire le porte a un gran numero di ebrei europei: la Repubblica Dominicana. In cambio però, desiderava una compensazione finanziaria da parte degli altri Paesi: 5000 dollari a rifugiato, che sarebbero stati pagati da organizzazioni ebraiche, perché i governi tennero i portafogli chiusi.

Di conseguenza:

I servizi segreti e di sicurezza tedeschi fecero rapporto al vertice del partito nazista sull’esito della “conferenza sugli ebrei”, dicendo che “i numerosi discorsi e dibattiti avevano reso chiaro che […] l’avversione contro un flusso consistente di emigranti è ampiamente diffusa – per convinzioni sociali e a causa di un inconfessato disgusto razziale nei confronti degli emigranti ebrei”. Il 13 luglio del 1938, il quotidiano tedesco Völkischer Beobachter (dello stesso editore che nel 1925 pubblicò la prima parte del Mein Kampf) titolò trionfante: “Nessuno li vuole”. Il governo Hitler fece circolare una dichiarazione in cui fingeva di esprimere stupore per il fatto che, fra tutti i Paesi che criticavano la Germania nazista per la “sconfinata crudeltà” con la quale trattava gli ebrei, ce ne fosse soltanto uno disposto ad aprire le sue porte a quegli stessi ebrei. La Germania, perlomeno, ammetteva onestamente di non volerne. “Sono pieni di compassione per quella povera gente tormentata, ma quando si tratta di aiutare rimangono rigidi e inflessibili.”

E ancora:

Ognuno dei trentadue governi che inviarono una delegazione lottava con alti tassi di disoccupazione. Ciascun leader politico sapeva che avrebbe perso voti alle elezioni successive se la popolazione l’avesse sospettato di prendersi cura più degli stranieri che del proprio popolo. Si sarebbero però potute sospendere le leggi e le quote sull’immigrazione finché Hitler era al potere. I Paesi avrebbero potuto dividersi i profughi in modo da distribuire gli oneri, e se quelli grandi come gli Stati Uniti, la Francia e il Regno Unito avessero dato il buon esempio, i più piccoli li avrebbero seguiti. Invece nessuno fece nulla. O meglio: fecero il contrario. Nella primavera del 1940 gli USA ratificarono una serie di leggi di guerra e perfezionarono ulteriormente quelle sull’immigrazione, iniziando a respingere gli immigranti con famiglia in territori nazisti, anche se i loro familiari erano rinchiusi in qualche campo, perché ciò li rendeva ricattabili: i nazisti avrebbero potuto costringerli allo spionaggio. Ovviamente i candidati “inadeguati”, i vecchi e i malati, non superarono il ballottaggio da nessuna parte al mondo.

Epilogo:

Dopo Evian il partito nazista si radicalizzò ancora di più. Quattro mesi dopo la conferenza, nella notte fra il 9 e il 10 novembre 1938, si consumò il pogrom che divenne noto come Kristallnacht, la “Notte dei cristalli”.
[…]
È difficile dire quanti ebrei siano riusciti a fuggire dall’Europa, perché mancano dati affidabili. Dall’ottobre del 1941 i nazisti vietarono qualsiasi “emigrazione” dal territorio nazista, permettendo soltanto i trasporti verso campi di concentramento e ghetti, che si riempirono e presto si rivelarono insufficienti per il gran numero di prigionieri ebrei. Tre anni e mezzo dopo la Conferenza di Evian, gli alti funzionari nazisti unirono i loro sforzi per discutere la Endlösung, la soluzione finale della “questione ebraica”. La riunione sul Wannsee ebbe inizio il 20 gennaio 1942 a mezzogiorno. Alle due del pomeriggio avevano risolto: la soluzione era l’annientamento del popolo ebraico tramite uccisione e gassificazione.

Questo, invece, il clima che si respira in queste ore a Lesbo, secondo la testimonianza del filmmaker e photoreporter Valerio Nicolosi.


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