10 febbraio 1985 — Udinese-Hellas Verona 3-5

Trentacinque anni fa, l’Udinese di Zico, Edinho e Carnevale ospitava alla Stadio Friuli l’Hellas Verona di Elkjær, Briegel e Pierino Fanna che pochi mesi dopo si sarebbe laureato campione d’Italia per la prima volta nella sua storia.
È la terza giornata del girone di ritorno del campionato 1984-85, ed è la prima volta che entro in uno stadio.



A quel tempo le partite si giocavano tutte di domenica pomeriggio, con il calcio d’inizio invernale programmato alle 15. Quando io, mio papà e il suo amico Luciano, collega di fabbrica, prendiamo posto nel settore distinti, adiacente alla curva Nord occupata dai tifosi bianconeri, il Friuli, impreziosito da uno dei primi megaschermi installati negli stadi italiani, è già mezzo pieno (saranno quarantamila gli spettatori dell’incontro), il cielo è grigio-neve e fa molto freddo. Tanto che il rientrante Zico (lontano dai campi da tre mesi a causa di un grave infortunio) già durante il riscaldamento pre-partita sfoggia sotto la divisa un’elegante calzamaglia nera, con tanto di guanti intonati a protezione delle mani.



Non dovrei avere dubbi su chi tifare.
L’Udinese non è la mia squadra del cuore, ma è pur sempre quella della mia regione, e poi schiera uno dei giocatori più forti di tutti i tempi, Arthur Antunes Coimbra detto Zico. In famiglia, inoltre, siamo tutti interisti, e l’Inter, quest’anno, è la principale contendente dell’Hellas per la conquista del titolo. A separare le due squadre c’è solo un punto (a favore del Verona): se la compagine di Osvaldo Bagnoli non batte quella di Luís Vinício, e la mia fa il suo dovere in casa contro la Lazio, conquisteremo la testa della classifica.
Però non è tutto così scontato, e la colpa è di mia zia Wilma, sorella di mio padre, che vive a Verona, dove gestisce un lussuoso negozio di arredamento nel centro della città, meta abituale dei giocatori dell’Hellas. Tant’è vero che, grazie a lei, sto collezionando una serie di foto autografate dei campioni di quella squadra – i già citati Elkjær, Briegel e Fanna, e poi Garella, Galderisi, Di Gennaro –, dettaglio non proprio trascurabile, e che un po’ mi fa battere il cuore anche per i gialloblu.



Fortunatamente, a distogliermi da questi patemi pensano l’ingresso in campo delle due squadre, l’enorme bandiera bianconera che si srotola sopra le teste degli spettatori della curva Nord, fino a coprirla quasi per intero, e la scarica di adrenalina che attraversa tutto lo stadio, come se si presagisse che quella non sarebbe stata una partita come tutte le altre.



Al ventesimo minuto del primo tempo, l’Hellas conduce già 3 a 0, e tutto è successo tutto così velocemente che quasi non me ne sono accorto.
Tra il secondo e il terzo minuto di gioco, un indemoniato Elkjær, il danese soprannominato Cavallo pazzo, s’invola sulla fascia destra e viene abbattuto dal suo marcatore. L’arbitro Paolo Casarin fischia la punizione — una sorta di calcio d’angolo corto —, Pierino Fanna la mette in mezzo e Hans-Peter Briegel, l’arcigno terzino teutonico che mi ha sempre fatto venire in mente Rutger Hauer, sovrasta i difensori bianconeri e batte il portiere Brini.

Passano sette minuti e arriva il raddoppio: cross dalla destra di un non meglio identificato giocatore gialloblu indirizzato verso la testa di Nanu Galderisi, respinta corta di un difensore friulano poco fuori dall’area di rigore, sassata rasoterra di Elkjær, mezzo miracolo di Brini che para ma non trattiene, e gol di rapina, alla Paolo Rossi, dello stesso Nanu.
Tra i due gol, l’assedio friulano è stato neutralizzato per due volte da Garrelik, famoso sia per il suo stile tanto sgraziato quanto efficace, sia per le sue papere, le celeberrime garellate. Assedio, anzi, che è alla base della terza rete veronese, realizzata al ventunesimo: tutta l’Udinese è riversata in avanti e Cavallo pazzo ha perciò gioco facile a involarsi verso la porta avversaria dopo un rilancio dalla sua area, tanto più che la metà campo friulana gli si spalanca davanti sguarnita a causa di un clamoroso errore di Cattaneo, l’ultimo baluardo bianconero. E chissà cosa sarebbe accaduto alla carriera del danese se il compagno di reparto di Cattaneo, Antonino Criscimanni, fosse riuscito nel tentativo disperato di affondare un’entrata a forbice che invece, fortunatamente, va a vuoto.
Sembra tutto finito anche se tutto, in realtà, deve ancora cominciare.

Lo stadio è ammutolito, fatta eccezione per i cori provenienti dal settore ospite, peraltro gremito. Ma i giocatori friulani, anziché deporre le armi, si riversano nuovamente nell’area avversaria, incuranti delle praterie che lasciano al letale contropiede dell’Hellas. E lo sforzo offensivo, alla fine, è premiato. Perché neppure Garella, che nei minuti precedenti ha già compiuto altri due interventi prodigiosi, può fare nulla sulla punizione da trentacinque metri che Edinho Nazareth Filho indirizza all’incrocio dei pali quando mancano pochi secondi al termine del primo tempo.
Nel momento esatto in cui l’arbitro fischia due volte, dagli spalti scende un profondo sospiro, come se fino a quel momento il pubblico avesse guardato l’incontro in apnea.
È arrivato il momento di un sorso di Borghetti.

L’ultima partita a cui ho assistito allo stadio Friuli (oggi mestamente ribattezzato Dacia Arena) risale alle vacanze di Natale del 1998: Udinese-Cagliari 2 a 0. Ricordo una bellissima giornata di sole e di essere entrato allo stadio con tale anticipo che gli spettatori già seduti al loro posto si potevano contare sulle dita di due mani. Ricordo anche che, appena messo piede nello stadio, d’istinto il mio sguardo si era posato sull’incrocio dei pali a destra della porta che dà sulla curva Nord, nell’intento di verificare se il montante stesse ancora tremando.
Sì, perché trentatré anni prima, al terzo minuto del secondo tempo di quel mitico Udinese-Verona, un’altra punizione di Edinho aveva fatto infrangere la palla su quell’incrocio con una tale violenza che la porta, almeno nella mia immaginazione di giovane tifoso, non aveva più smesso di vibrare per il resto della partita. Un avvertimento di quello che sarebbe accaduto di lì a pochi minuti.

Più l’orologio corre, più il campo assomiglia ai terreni della campagna friulana arati dagli erpici, solcato com’è da lunghe, scure e minacciose bande di terra smossa e fangosa, parallele alla linea di metà campo. Definirlo pesante è un eufemismo, eppure sembra che i giocatori non ne risentono, visto la veemenza del forcing friulano e la velocità delle ripartenze venete.

Al minuto 53, al termine di un’azione simile a quella del secondo gol dell’Hellas ma a parti invertite, lo stadio esplode. Dopo un rasoterra da fuori area di Criscimanni non trattenuto da Garella, si avventa sul pallone Carnevale che insacca a porta vuota. Mentre tutto intorno a lui ribolle, il centravanti dell’Udinese nemmeno esulta: dopo aver lanciato un’occhiata al guardalinee dalla parte opposta del campo per accertarsi che non abbia alzato la bandierina, corricchia verso centrocampo come se niente fosse, imitato dai suoi compagni di squadra.
Ormai tutti credono all’incredibile rimonta, che si concretizza sei minuti dopo, quando il boato del pubblico non rimanda più allo scoppio di un ordigno, bensì all’orcolat del maggio ’76. Tanto che il povero Enrico Ameri, in collegamento dal Friuli per Tutto il calcio minuto per minuto, per farsi sentire e capire dagli ascoltatori a casa abbandona il suo abituale aplomb e si lancia in una surreale polemica con l’architetto dell’impianto che, a suo dire, “non è fatto per radiocronisti”, visto che lo costringe a commentare la partita da distanze siderali e in mezzo a un baccano infernale.
Intanto Massimo Mauro, autore del pareggio, dopo aver insaccato compie il tragitto opposto rispetto a quello del compagno di squadra Carnevale: non se ne torna verso la metà campo, ma tira dritto senza frenare la sua corsa verso i tifosi impazziti di gioia della Nord, applaudendo i loro applausi.

Mi piace pensare che la partita finì qui, ma così non fu. Perché si sa che a volte l’eccessiva generosità non paga, anzi. Basta analizzare il gol del nuovo vantaggio veronese: al sessantunesimo i friulani, in stato di trance, dopo un rilancio dalla propria area tentano di applicare uno sciagurato fuorigioco che spalanca (di nuovo) l’area all’indomabile Elkjær, che con un secco rasoterra a fil di palo trafigge per la quarta volta l’incolpevole Brini.
E due minuti più tardi, Hans-Peter Briegel trasforma quel campo di patate che è ormai il manto erboso del Friuli in una pista di atletica di ultima generazione, trafiggendo la difesa avversaria “come una lama rovente entrata nel burro” (cit. Ameri) e segnando una splendida rete con l’esterno sinistro, per il definitivo 3 a 5.

Non ricordo niente di quello che successe dopo, tranne il fatto che, lungo la strada verso casa, subito dopo aver attraversato il ponte sul fiume Tagliamento, io, mio papà e Luciano ci fermammo da Rico, a Dignano, a mangiare le sue proverbiali polpette. Ci sono tornato anche in occasione del rientro a casa da quell’ultima volta allo stadio Friuli, lo scorso Natale, scoprendo due cose: 1. il posto non è cambiato di una virgola — ci sono ancora gli stessi tavolini arancione di una volta — tranne per il fatto che ora le polpette sono solo al curry, e 2. appesa al muro, insieme alle tante altre, ci dovrebbe essere, ma non c’è, anche una foto di Zico in calzamaglia nera, accanto a Elkjær, a pochi minuti dal fischio di inizio di una delle partite più memorabili della storia del calcio italiano.


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