«Si direbbe che non posso introdurmi nel mondo»
Ho approfittato di un weekend costretto a letto dalla febbre per terminare il secondo dei tre volumi della biografia di Kafka scritta da Reiner Stach, che si chiude con questo vivido resoconto del ritorno in treno dalle retrovie del fronte ungherese della Grande guerra, dove K ha accompagnato la sorella Elli in visita al marito, Karl Hermann.
Una ragazza di Žižkov. Un commerciante ebreo di Vienna. Un sottotenente polacco con accompagnatrice. La moglie di un redattore di giornale viennese. Due commessi viaggiatori ebrei. Un sottotenente ungherese. Una famiglia ebrea di Bistritz. Un ussaro, nel suo cappotto di pelliccia. Una vecchia coppia di sposi. Un ufficiale tedesco. Un’ebrea ungherese con la figlia. Un’infermiera. Un capostazione ungherese con il figlio piccolo.
Un viaggio in treno nell’anno di guerra 1915: ben poco simile ai precedenti lunghi viaggi in treno a Berlino, divenuti quasi una routine e puntuali al minuto; e ancor meno alle piacevoli scorribande in paesi stranieri vissute da Kafka durante i suoi viaggi in Svizzera, in Italia e a Parigi. Si veniva a contatto con destini estranei ai quali non ci si poteva sottrarre, e non per qualche ora ma per giorni e notti. Un palcoscenico che cambiava in continuazione, dove si parlava tedesco, ceco, ungherese, polacco e jiddisch, dove andavano e venivano profughi e reduci di guerra, gente in servizio e gente in ferie. Tutti mettevano in mostra quel che avevano, tutti volevano raccontare. Uno spettacolo di durata indefinita. Gli orari del treno erano quasi inutili. Il treno avanzava, si fermava per tempi infiniti in stazioni minuscole, lasciava passare i treni militari, ripartiva.
Kafka, taciturno e per lo più rannicchiato in un angolo dello scompartimento, ascoltava e osservava. «Si direbbe che non posso introdurmi nel mondo» aveva annotato poco tempo prima. «Devo rimanere fermo e tranquillo, accogliere quel che viene, sviluppare in me stesso ciò che accolgo e solo allora, con calma, fare un passo avanti››. Parole spassionate che però nascondevano una capacità di osservazione, la quale nel frattempo si era sviluppata fino a diventare un potenziale intellettuale che Kafka ora sapeva manovrare alla perfezione. Osservava le persone, e anche dopo giorni e giorni riusciva a riprodurre ciò che aveva osservato, come se lo ricavasse da un album di fotografie. Era tutto occhi; ma quegli occhi non vedevano immagini, ma segni. E con una sicurezza che appartiene all’interno segreto della sua personalità, i suoi occhi focalizzavano sempre il punto di maggiore rilevanza, là dove era la più grande densità di significato.
I successivi appunti di Kafka sul suo viaggio in Ungheria permettono di affermare che questa sua capacità di filtrare e sintetizzare le percezioni era ben presente alla sua coscienza. Fissa una coppia di anziani coniugi, che sul binario si dicono addio fra le lacrime. La sovrapposizione di intimità e decadimento fisico gli ricorda i suoi genitori, e in un primo momento suscita in lui vergogna e rifiuto: «Atteggiamento familiare incurante di chi sta intorno. Come in tutte le camere da letto». Poi però osserva il marito che, «con uno scherzo amaro», prende fra le dita il mento della moglie. «Quale magia, quando si prende fra le dita il mento di una donna anziana. Loro non ci pensano, ma si potrebbe interpretare così: anche questa piccola e miserabile felicità, la vita in comune di noi due che siamo persone anziane, è distrutta dalla guerra». Kafka non parla di sentimenti. Proprio per questo la scena è commovente, e non si potrebbe mostrare in modo più convincente il fatto che il significato di certi gesti umani supera di gran lunga la consapevolezza di chi li compie. Loro non ci pensano… eppure è così.
Reiner Stach, Kafka. Gli anni delle decisioni, trad. it. di Mauro Nervi, il Saggiatore, Milano, 2024, pp. 672-674

