I crimini di Mbs e l’avidità dell’Occidente

C’è chi descrive l’Arabia Saudita come il paese del «neo-rinascimento», la nuova Terra promessa esempio di visione, dinamismo e modernità.
E poi c’è James Montague‚ che racconta il dietro le quinte dell’inarrestabile «ascesa shakespeariana» di Moḥammad bin Salmān e della sua corte, la loro oscena concezione del potere, i loro titanici sforzi per rivoluzionare gli equilibri dello sport planetario e imbastire così un’articolata «strategia di soft power con una spruzzata di hard power» per acquisire influenza e ripulirsi l’immagine.
Il tutto grazie anche alla cinica indifferenza di atleti, tecnici e dirigenti sportivi occidentali, inebetiti dai petrodollari messi sul piatto.
Insomma, è sempre la solita storia: da una parte ci sono i buffoni, i criminali, gli avidi; dall’altra gli uomini con la schiena dritta.
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«In che modo lo sport rientra nel soft power? Se un cittadino saudita è un gran tifoso del Manchester United proverà sentimenti più positivi nei confronti della Gran Bretagna rispetto a chi non lo è». L’ho visto in prima persona ovunque mi sia recato, specialmente in Medio Oriente. Ho parlato con ufficiali di Hamas a Gaza, con combattenti di Hezbollah in Libano, membri delle milizie Basij in Iran, ecclesiastici, radicali e ideologi, che detestavano tutti allo stesso modo l’Occidente, e in particolare il ruolo del «cagnolino dell’America», il Regno Unito appunto, il «piccolo Satana» che puntellava il potere e l’influenza statunitense nella regione. Ma quell’odio sembrava attenuarsi quando quelle stesse persone si illuminavano raccontando il gol in rovesciata di Wayne Rooney contro il Manchester City. O la rete del pareggio di Steve Gerrard per il Liverpool all’ultimo minuto della finale di Fa Cup del 2006 contro il West Ham. In più di un’occasione, visitando il quartiere sciita di Dahieh nel sud di Beirut, mi è stato detto che Hassan Nasrallah, il defunto leader di Hezbollah, per molti un eroe del movimento globale antimperialista, era anche un tifoso dei Reds.
